Oscar 2021, una serata che passerà alla storia

Che la notte degli Oscar sia tra quelle più attesa dell’anno, ogni anno, è fuori discussione: che sia per sapere chi vincerà, che sia per vedere come sono abbigliati e acconciati gli invitati, che sia per fare un po’ di gossip… è davvero raro trovare qualcuno che sia totalmente indifferente a questa cerimonia storica.
Tutte le nomination sono state svelate proprio nella giornata di ieri e ne abbiamo parlato nelle stories del profilo Instagram @moviesandspaghettitime… ma tutti sappiamo che, al di là di questi passaggi di rito che ci si ripropongono ogni anno, questi Oscar 2021 avranno qualcosa di diverso dal solito… solo le norme anti-Covid?
No! Per fortuna si distingueranno anche per aspetti piacevoli!

statuetta Oscar in primo piano

Quest’anno, infatti, si sta verificando veramente un punto di svolta all’interno della lunga tradizione degli Academy Awards. Non era mai accaduto che una donna ricevesse la nomination per la miglior regia e quest’anno sono addirittura due in lizza per aggiudicarsi la statuetta.
Stiamo parlando di Chloé Zhao, candidata per il suo film “Nomadland” e di Emerald Fennell, per “Promising Young Woman“.

Potere alle donne

Di Chloé Zhao avrete forse già memoria: proprio grazie a Nomadland, in realtà appena il terzo lungometraggio che scrive, dirige e monta, ha ricevuto anche il Leone d’Oro alla scorsa settantasettesima edizione della Mostra internazionale d’arte del Cinema di Venezia, nonché il Golden Globe per miglior film drammatico e quello per miglior regista.
E pensare che tutto è nato dall’incontro casuale della regista con Frances McDorman (protagonista del film e già vincitrice di un Oscar come miglior attrice in Fargo – ndr) durante il marzo 2018, mese in cui le due si sono conosciute in occasione degli Indipendent Spirit Awards… e dopo sei mesi erano già impegnate nella lavorazione di Nomadland.
Emerald Fennell, invece, l’abbiamo conosciuta prima come attrice: è suo il volto di Camilla Shand in “The Crown” ed ha appena 35 anni. Quella con Promising Young Woman? E’ la sua prima esperienza come regista.
Certo il talento era innegabile già da tempo, da quando era stato affidato a lei il delicato compito di sei episodi della già avviata serie televisiva Killing Eve. Questo film è il prodotto di un team di donne eccezionali: vediamo infatti protagonista Carey Mulligan, che ne è anche produttrice esecutiva, e Margot Robbie che produce la pellicola con la sua casa di produzione LuckyChap Entertainment.

Laura Pausini e la nomination per Io sì (Seen)

E poi c’è lei, di cui è sufficiente dire il nome di battesimo per sentir riecheggiare la sua voce e sentire profumo di ragù.
Scusate, ma per me è così… chi più di lei potrebbe farci sentire a casa se ci trovassimo all’estero?
Chi più di lei, nella sua generazione, riesce ad ergersi a baluardo dell’italianità?
Quando ero ragazzina passavo le ore chiusa in camera a cantare le sue canzoni… e se è vero che con il passare degli anni mi sono un po’ allontanata dalla sua musica per avvicinarmi di più ad altri generi, è vero anche che per me lei è sempre l’esempio della donna che vorrei essere, se potessi decidere arbitrariamente in cosa trasformarmi.
La sua forza, la genuinità, il saper “metterci la faccia” sempre, la sua ironia… Laura, ti amo.
Ok e dopo questa dichiarazione d’amore possiamo tornare a noi: la nostra Miss Pausini, quest’anno si porta a casa due enormi soddisfazioni: la vincita del Golden Globe per la Miglior Canzone Originale con “Io sì (Seen)”, colonna sonora intensa ed emozionante del film Netflix La vita davanti a sé con protagonista Sophia Loren, e la nomination agli Oscar sempre per lo stesso brano, disponibile su Spotify e registrato in cinque diverse lingue.
Ci auguriamo con tutto il cuore che a questa doppietta di gioie, che Laura ha splendidamente condiviso sui suoi canali social, si aggiunga anche quello della vincita della famosa statuetta! Ma per questo… dovremo aspettare il 25 aprile.

Ma Oscar… chi è?

Oscar è un uomo d’oro. E’ un uomo speciale. E’ un uomo qualunque. E’ semplicemente un simbolo.
Chi può dirlo? Del resto, quello non è neppure il suo nome originale… E’ stato registrato solo in seguito, mentre all’epoca in cui nacque questo riconoscimento, nel lontano 1929, la statuetta era solo una statuetta e veniva semplicemente chiamata Academy Award of Merit.

statuetta Oscar in primo piano

Ma chi si prende la briga di stabilire chi si merita di tornare a casa con un Oscar sotto braccio e chi no?
La Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), un’organizzazione costituita da attori, registi, personalità del mondo del cinema. Ne fanno parte, attualmente, niente meno che 6687 membri, il cui presidente è David Rubin e ha sede naturalmente in California, per la precisione a Beverly Hills.
La mente ideatrice di tutto questo? Solo il dirigente della Metro-Goldwin-Mayer…
La cerimonia si svolge nell’iconico Dolby Theatre di Los Angeles, ad Hollywood, ma non è sempre stato così: nel 1929, infatti, gli Oscar vennero consegnati nel Roosevelt Hotel, il più antico hotel della city tutt’ora in uso.
Si trova a pochi passi dal TCL Chinese Theatre e nella sua hall ospita una statua in bronzo di Charlie Chaplin, nel suo indimenticabile Charlot, seduto su una panchina… o almeno era così nel 1999, quando ci ho soggiornato io con la mia famiglia!

il Dolby Theatre di Los Angeles che accoglie da anni la cerimonia della notte degli Oscar

Gli italiani che hanno alzato al cielo un Oscar

Voglio concludere con una carrellata un po’ nostalgica di alcuni grandi italiani che si sono aggiudicati l’Academy Award, certa del fatto che concorderete con me che gli artisti della nostra patria se ne sarebbero meritati molti di più.

Sophia Loren vince l'Oscar come miglior attrice protagonista nel 1962 per La Ciociara di Vittorio de Sica
1962, Sophia Loren vince l’Oscar come Migliore attrice protagonista in La Ciociara, accanto a lei Vittorio de Sica, regista della pellicola
Gabriele Salvatores vince l'Oscar nel 1992 per Mediterraneo
1992, il regista napoletano Gabriele Salvatores stringe tra le mani la statuetta vinta per il suo Mediterraneo, aggiudicandosi il premio per Miglior film in lingua straniera
Carlo Rambaldi porta a casa 3 Oscar, negli anni, per gli effetti speciali di ET, Alien e King Kong
L’effettista ferrarese Carlo Rambaldi e le tre statuette vinte nel 1979 per i migliori effetti speciali di Alien, nel 1982 si aggiudica un altro Oscar per la stessa categoria per il film E.T. L’extraterreste e nel 1976 lo Special Achievement Award per gli effetti speciali di King Kong
Roberto Benigni vince 3 Oscar per il suo film La vita è bella, nel 1999
1999, Roberto Benigni ritira il premio come Miglior attore protagonista nella pellicola da lui stesso diretta La vita è bella. Il film porta a casa anche altri 2 Oscar e 4 nominations
Ennio Morricone porta a casa un Oscar alla carriera nel 2007 ed uno per miglior colonna sonora per Hateful Eight di Tarantino, nel 2016
2007, Ennio Morricone ritira l’Oscar alla carriera in un lungo applauso della platea, che si alza in una standing ovation emozionata. Nove anni dopo ritirerà, finalmente, anche l’Oscar per la miglior colonna sonora del film The Hatetful eight di Quentin Tarantino.

Certo il nostro Ennio avrebbe dovuto vincerne molti di più. Molti, molti di più…
Ma la potenza della vera arte e della magia che si cela dietro al talento di figure come la sua è che mai nessun premio potrà rendere adeguatamente giustizia alla loro grandezza e che nulla potrà mai “impriogionare” in un piccolo oggetto placcato d’oro l’immensa poesia che ci ha regalato con le sue opere.
Poesia che sopravvivrà, nonostante lo spazio e nonostante il tempo.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Bohemian Rhapsody: biopic sui Queen o quadro di emozioni di Freddie Mercury?

Ci sono leggende destinate a vivere per sempre, ma anche a non essere mai conosciute per intero. Ci sono leggende che ci lasciano insegnamenti, moniti, racconti.
Altre, ci lasciano colori, visioni ed emozioni.
Freddie Mercury è la più grande di queste.
Ma quanto il film Bohemian Rhapsody a lui dedicato e da poco nelle sale, gli ha reso veramente giustizia?

Dopo aver aspettato cinque interminabili giorni, finalmente sono riuscita ad andare a vedere questo biopic dedicato a quello che per me è il cantante migliore in assoluto mai esistito sulla faccia della Terra. Lo amo moltissimo, amo lui e ciò che ha saputo fare con la propria voce, e non parlo solo di canzoni che mi tatuerei addosso dalla prima all’ultima. Parlo dei confini che ha valicato, parlo delle mareggiate di vita con le quali ha travolto (e travolge ancora) le persone, parlo dei segni indelebili che ha lasciato nel mondo.
Capite bene che, per me, ieri è stato come andare a un appuntamento importante: tutto il giorno non ho fatto altro che ascoltare il repertorio dei Queen e rileggere le loro biografie. Poi sono entrata in sala e si sono abbassate le luci.

Il film comincia e ci accompagna rapidamente nella fase di formazione della band anglosassone e ci presenta i personaggi principali senza soffermarsi troppo a raccontarci qualcosa di più su di loro. Questo trend, rimane invariato fino alla fine del film.
Tutto è un tributo a Farrokh Bulsara e a come è diventato poi Freddie Mercury.
Tutto è un tributo… emotivo, però.
Non si può certo dire che a livello tecnico e artistico, non sia un gran film!
Il regista Bryan Singer (che, anche se non accreditato, è stato poi sostituto da Dexter Fletcher per l’ultima fase di lavorazione) ha fatto un ottimo lavoro, davvero: splendide le sequenze, azzeccatissime alcune scelte stilistiche che riportano inevitabilmente alla mente i colori e i gusti sfarzosi del protagonista e dell’epoca (il film racconta del periodo che va dal 1970 al 1985), gli attori nella maggioranza dei casi sono molto simili ai loro corrispondenti reali. Ma non si può pensare che degli amanti dei Queen passino sopra a certi errori madornali. E anche chi non è così tanto legato a questo quartetto, troverà secondo me insoddisfacenti alcune caratteristiche di Bohemian Rhapsody.
Il problema è proprio nell’aspetto storico del racconto e nella connotazione semplicistica che è stata data troppo spesso al racconto. 
Guardi il film e hai l’impressione che, una volta ottenuto il consenso da parte di chitarrista e batterista della band, il regista e sceneggiatore si siano guardati in faccia e si siano detti: “Fico! E mò?”. Certo, tutte le varie vicissitudini che ci sono state durante la fase di scrittura e pre-lavorazione del film, non hanno certo contribuito a lavorare in serenità… May e Taylor hanno pure fatto un po’ di questioni selezionando cosa volevano che si sapesse e cosa no… Sacha Baron Cohen ha mollato il cast rifiutando il ruolo di Freddie dopo che era già stata annunciata la sua presenza…
Un bel casino.

Insomma, regista e sceneggiatore, come dicevamo, erano decisamente Under Pressure.

Appare evidente agli occhi di chiunque, infatti, che tutto il contenuto è stato pesantemente romanzato. Emergono le emozioni di Freddie, che Rami Malek interpreta con una bravura e una precisione impressionanti, tanto da far provare gli stati d’animo allo spettatore. Emergono le emozioni di Freddie, ma tutto il resto rimane un insieme di personaggi-cartonato sullo sfondo. Sarà forse che si è voluto che fossero solo delle rappresentazioni umane del modo in cui Mercury li viveva?
C’è la bella, c’è il cattivo, c’è il tenero… Ok, ma mica siamo in un film di Sergio Leone, qui!
E’ tutto troppo favolistico e i personaggi sono troppo “sproporzionati” nella loro rotondità, per essere considerato credibile. Complimenti per la riproduzione perfetta dei dettagli visivi del concerto, famosissimo (e quanto avrei voluto esserci…) del Live Aid: i bicchieri di birra e Pepsi sul pianoforte non sono passati inosservati a molti, le movenze feline di Freddie sul palco sono impeccabili, la scaletta del concerto è ovviamente identica.
Ma questo non è abbastanza e lo dico con sincero dispiacere.

Perché avrei preferito dirvi che l’entusiasmo con cui sono entrata al cinema era raddoppiato quando ne sono uscita… ma non è così.

Nonostante questo, ci sono anche dei lati positivi, è naturale!
Come già detto, Rami Malek è riuscito a rendere molto molto bene l’idea di ciò che è stato il modo in cui Mercury ha vissuto la sua, come gli predice Mary Austin (interpretata da Lucy Boynton), difficile vita. Quegli occhi immensi ed espressivi e quell’agilità nel passare dalla totale euforia alla più profonda solitudine senza mai eccedere… Quel modo di gestire il proprio corpo alla perfezione… Fantastico.
Molto apprezzabili anche alcune chicche che chi conosce bene i Queen avrà certamente notato: dal quadro di Marlene Dietrich (a cui la band si ispirò per girare la celebre sequenza con i loro volti illuminati su sfondo nero nel videoclip promozionale di Bohemian Rhapsody), all’easter egg – ATTENZIONE! QUI C’è UN PICCOLO SPOILER! – che vede la presenza del mitico Mike Myers che fa tributo al celebre film Fusi di Testa, che uscì nelle sale pochi mesi dopo la morte di Freddie Mercury e in cui la scena più celebre in assoluto si svolge proprio sulle note della canzone che dà il titolo al biopic di cui parliamo oggi in questo articolo.
OK, LO SPOILER è FINITO!
Alcune scene, poi, sono state costruite davvero a regola d’arte.
Il giorno prima che andassi a vedere il film, ci andò il mio migliore amico, che in pausa mi scrisse un messaggio: “Poco fa mi sono commosso”. Non ho voluto chiedere per quale motivo, perché non volevo togliermi l’effetto wow della pellicola.
Ma quando ieri mi sono trovata davanti allo schermo ho capito perfettamente a quale scena si era riferito poche ore prima. Certo, nel caso mio e della persona in questione, tutto è amplificato dalla passione smisurata per questa band (ecco, lui sì che li ha tatuati addosso sul serio), ma sono pronta a scommettere che il modo in cui Freddie racconta a Mary Austin di aver capito i propri orientamenti sessuali toccherebbe chiunque.

Ma quindi, in fin dei conti, vi consiglierei di vedere questo film oppure no?
Solo se avete voglia di ricordare un mito intramontabile, rimanendo disposti a chiudere un occhio (no anzi, facciamo tutti e due…) sulla non corrispondenza con i fatti veri, e ad aprire invece il cuore, come ho fatto io. Aprirsi al mondo non significa solo lasciar andare ciò che si ha dentro, ma anche e soprattutto imparare a saper accogliere ciò che ci arriva da fuori, senza ragionarci su troppo. Solo in questo modo potrete essere in sintonia con ciò che Freddie dice riguardo alla sua Bohemian Rhapsody, che nessuno comprendeva inizialmente:
La vera poesia è per l’ascoltatore.

Rami Malek (Freddie Mercury) e Lucy Boynton (Mary Austin)
in una scena iniziale del film

(da destra) Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon),
rispettivamente batterista e bassista della band

Una scena di assolo alla chitarra di Gwilym Lee (Brian May),
un altro interprete incredibilmente somigliante all’originale

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

First Man: il primo uomo di Chazelle è un capolavoro spaziale.

Ho sempre pensato che i film biografici fossero poco coinvolgenti, perché in fin dei conti raccontano qualcosa che è storia e che quindi conosciamo già.
Ma arriva sempre un momento nella vita in cui è necessario cambiare completamente idea… E quel momento è arrivato, sui titoli di coda di First Man.

Se avessi potuto, mi sarei scissa in tante Micol, per avere la possibilità di alzarmi in sala e fare una standing ovation a questo splendido lungometraggio.
Wow, che entusiasmo!
Sì, ragazzi, sì. Stiamo parlando di un vero e proprio capolavoro.
E se sui fatti narrati non si discute, anche perché l’unico che avrebbe potuto farlo (Neil Armstrong, ovviamente) non c’è più, andando a guardare regia e tutto il resto non si può che rimanere a bocca aperta.
Cosa mi ha colpito così tanto questa volta?

E’ evidente, innanzitutto, che il trinomio Chazelle (regia) – Sandgren (fotografia) – Gosling (main character) è semplicemente perfetto.
Non è solo il fatto che ognuno di loro eccelle nel proprio campo, è che… sanno mescolare queste eccellenze. 
Tra l’altro ce ne hanno già dato prova in La La Land, nel 2016, un film che anche qualora non incontrasse i propri gusti personali, appare ugualmente valido a livello tecnico agli occhi di chiunque…
Ma torniamo a noi. Damien Chazelle: un giovane genio che fa della pulizia estetica il punto principale di First Man. Tantissimi primi piani che entrano nell’animo del protagonista, complici gli occhi di Ryan Gosling che sono una finestra spalancata sulle emozioni che sta vivendo, un ritmo che segue alla perfezione lo sviluppo psicologico di Armstrong, un utilizzo centellinato di musiche e un saggio inserimento di silenzi assoluti.
La combinazione di tutti questi elementi rende la pellicola così tanto intimista e calibrata che, ve lo giuro, alla fine dei suoi 141 minuti vi sembrerà di conoscere così bene Armstrong da poter prevedere con certezza cosa sarà della sua vita da quel momento in poi.
Anche senza aver letto i libri di storia.

Film Title: First Man
Non mi stupisce affatto che questo regista si sia legato professionalmente ad un direttore di fotografia come Linus Sandgren: ve ne avevo già parlato bene settimana scorsa, nell’articolo dedicato allo Schiaccianoci della Disney e anche in questo film riconfermo la stima che provo nei suoi confronti. La fotografia di questo film è semplicemente eccezionale e anche alcune scelte stilistiche hanno aggiunto un valore non indifferente.
Di cosa parlo? Della grana che rende la pellicola un po’ vintage, una vera e propria chicca, che insieme alla ricerca sporadica di andare volutamente fuori fuoco han fatto sì che questo film si avvicinasse davvero al documentario, senza mai oltrepassarne però la soglia e rimanendo quindi uno spettacolo che ci fa capire che è tutto ben studiato.
E’ proprio quello slancio di creatività di cui, spesso, il cinema ha tanto bisogno!

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Senza dubbio però, va detto, questo film non sarebbe stato altrettanto potente senza la perfetta espressività trattenuta di Ryan Gosling (che comunque, grazie ad un pianto viscerale che strappa il cuore, mette bene in chiaro che sa far venire i brividi anche quando gli si chiede di non avere filtri, nella sua interpretazione). Le inquadrature sono la tela su cui questo attore riesce a dipingere le emozioni di Armstrong con pennelli da micropittura, è davvero pazzesco. Basta un movimento impercettibile di un muscolo all’angolo della bocca per far entrare lo spettatore in un tunnel di empatia dove sul fondo appare chiaro ciò che sta pensando il personaggio.
Lungi da me dall’apparire una fan sfegatata di Gosling che dà tutto il merito esclusivamente alla sua bravura! Quel che è giusto, è giusto: aver avuto al fianco una coprotagonista come Claire Foy nei panni della moglie, ha completato il quadro. Da una parte la freddezza e la determinazione sfrontata di lui, dall’altra l’apprensione e la forza d’animo di lei.
Già solo per questo, gran parte dello scenario privato dell’astronauta è ben spiegata!

First Man
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Insomma, sono certa che avrete capito già qual è il mio personalissimo voto per First Man. Esatto: un 10 tondo e pieno.
Ma sì, perché nonostante lo sforzo di cercare di cogliere anche gli aspetti tecnici, è stato in grado di assorbirmi, di lasciarmi qualcosa e di emozionarmi, nonostante la storia fosse già di dominio pubblico e nonostante si trattasse di argomenti lontani da me.

Ma un consiglio, come sempre, vorrei darvelo.
Preparatevi.
Entrate nella sala del cinema e sedetevi comodi su quella poltrona.

Preparatevi a guardare con rispetto questa pellicola e preparatevi ad essere sparati, ogni tanto, in un denso ed inaspettato silenzio.
Vi sembrerà di rimanere appiccicati all’improvviso a una dimensione surreale.

E sono proprio questi i momenti più stupefacenti del film, perché sono quelli che ci mostrano che non esiste universo più sconfinato di quello delle emozioni umane.
Guai a rompere l’incantesimo con un solo rumore.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

A star is born

Erano giorni che volevo andare a vederlo: A star is born, diretto da Bradley Cooper, l’ho percepito da subito come una di quelle pellicole da non perdere.
Ora finalmente ce l’ho fatta e…

…e un pochino di delusione me l’ha lasciata.
Facciamo una piccola parentesi descrittiva per coloro i quali non sapessero di cosa stiamo parlando! Tranquilli, nessuno spoiler in vista.
A star is born è, innanzitutto, il terzo remake di un film del 1937 (il quale, tra l’altro, era a sua volta ispirato ad uno del ’32… aiuto!) e questa volta a dirigerne e reimpastare in parte il soggetto è Bradley Cooper. Conosciuto per la sua interpretazione magistrale di American Sniper e soprattutto per essere davvero un gran manzo, qui si cimenta per la prima volta nella regia. “La prima volta” però, non è solo per lui, ma anche per la protagonista del film: Lady Gaga, la mia adorata Miss Germanotta. L’ho sempre amata, per la sua ironia dissacrante che però non sovrasta la sua bravura incredibile, sia come cantante sia come polistrumentista. Ecco, probabilmente la sua presenza, unita alla consapevolezza che fosse Matthew Libatique il direttore della fotografia (tra i suoi migliori lavori: Venom, Il cigno nero, The wrestler), è stato ciò che più mi ha spinta ad andare al cinema e prendere un biglietto per questo lungometraggio (lungo davvero, mi sa perfino un po’ troppo…).

Ma se ci sono state tutte queste premesse positive, cosa mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca? 
Beh, primo fra tutti un ritmo leggermente incostante che rende tutto un po’ dispersivo, non concedendo il tempo di mettere insieme le informazioni che fanno, della storia, un’esperienza veramente immersiva per lo spettatore. Il film si suddivide chiaramente in due momenti distinti, ma in entrambi i casi ci si ferma un po’ alla superficie.
Alla fine stiamo parlando di una grande storia d’amore, impregnata poi di fatti esterni: la vita che conducono i personaggi, lo scenario musicale… Eppure si arriva ai titoli di coda con l’impressione che non si sia conosciuto tutto dei protagonisti. Non sto parlando dell’interpretazione di Cooper e Lady Gaga, che hanno fatto un ottimo lavoro a mio avviso. Intendo dire che si continuano però a vedere… un bravissimo Bradley Cooper e una bravissima Lady Gaga, appunto. Sembra quasi che non abbiano il tempo tecnico di mostrare quanto abbiano potuto scendere più a fondo nella psicologia di Jackson Maine e Ally. Non è colpa della sceneggiatura (sempre ad opera del regista) e neppure degli interpreti, secondo me. E’ proprio una gestione del ritmo un po’ incerta. Naturalmente è perdonabile, è il primo film di questo regista ed è evidente che lo sforzo per dare il meglio di sé c’è, eccome se c’è!
Mi rimane semplicemente il dubbio che potesse avere più potenziale. 
So che ci sono moltissime persone che invece direbbero il contrario, vi sto solo raccontando la mia e giuro che avrei voluto che mi arrivasse all’anima come è accaduto ad altri!
In ultimo, ho trovato molto apprezzabile la filosofia di fondo che il protagonista cerca di trasmettere alla ragazza (il concetto secondo cui non è solo la voce, ciò che rende potente una canzone o un artista, ma anche e soprattutto ciò che ha da dire) ma mi è dispiaciuto vedere che non ha trovato poi molta coerenza nella storia. Come è possibile che un credo così forte non ritrovi poi applicazione nelle azioni di Maine? Oppure, ancora, c’è un reale motivo che lo spinge a non farlo? Rimane anche qui un vado senso di irrisolto.

Quello che invece mi è piaciuto molto è stato il modo in cui Libatique ha saputo accompagnare le riprese in condizioni diversissime tra loro, utilizzando sapientemente le luci in modo tale da far sentire il pubblico tanto sul palco insieme a Cooper, quanto in uno studio di registrazione con Lady Gaga. Vorrei dire di più su questo argomento per quanto riguarda l’evoluzione dell’uso dei colori delle luci ma finirei per spoilerare… Insomma, in ogni caso, un gran lavoro!
Stesso si può dire (e grazie tante!) della colonna sonora: vi propongo QUI “Shallow“, canzone icona della pellicola, accompagnata da un video che… se posso permettermi di dirlo, mi ha toccato il cuore più del film stesso, complici il montaggio e la voce d’angelo metallico che solo lei può avere!

Che stupisce piacevolmente, poi, è vedere il modo in cui i due protagonisti sono entrati con preparatissima nonchalance in quello che è solitamente il campo d’azione dell’altro. Cooper riesce a cantare bene senza abbandonare il personaggio, mentre Lady Gaga convince soprattutto nelle scene più drammatiche. Anzi no, anche su quelle più comiche. Non lo so, non ne sono sicura, perciò ci ho riflettuto e sono giunta a una conclusione: il suo personaggio parte da una situazione in cui la drammaticità è poco presente, se non in maniera accennata e silenziosa, perciò la pellicola parte con la sua presenza che forse distoglie un po’ l’attenzione dal plot. All’inizio pensi più al suo volto, così strano per Hollywood e così magnetico, splendidamente imperfetto e pensi “Cavolo… wow! Mi piace ancora di più così, perché si sta mettendo a nudo”. Ma questo viso così marcato fa anche sì che l’espressività che porta con sé sia qualcosa a cui non siamo cinematograficamente abituati, una nuova armonia più impositiva. E così si passa il primo quarto di film (complice il ritmo confuso che, come dicevamo, non sa tirare veramente “dentro” il pubblico) a valutare il suo modo di recitare. Sono certa che sia capitato a tutti quelli che hanno visto questo film. Quando poi la sua bravura è assodata e inconsciamente abbiamo accolto il suo modo di recitare e la sua mimica, si apre un mondo di emozioni. Peccato davvero che sia stata un po’ castrata!

(continua dopo la foto)

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Alla fine, insomma, consiglio di vedere questo film oppure no?
Ma certo che sì! Complessivamente comunque non gli darei un voto inferiore al 7 e mezzo, quando lo prendevo a scuola ero felice perciò penso che possa essere un bel risultato! Scherzi a parte, certo che va visto. Perché è una bella storia, un amore intenso, una semi favola moderna e soprattutto è un lavoro coraggioso in cui lanciarsi per la prima volta, tanto per Cooper alla regia e come cantante, quanto per Lady Gaga come attrice protagonista (l’avevamo già vista in American Horror Story : Hotel, ma qui è un’altra faccenda, mostra la sua umanità e si distacca dal look a cui siamo abituati).
Però, se posso permettermi di darvi un consiglio, andateci con più leggerezza di quanta ne abbia avuta io: non fatevi aspettative troppo ingombranti, forse lo apprezzerete di più.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

 

 

 

Il Piccolo Principe al cinema

a mio nonno Carlo

La storia più bella di sempre, in arrivo sui grandi schermi

“L’essenziale è invisibile agli occhi” rivela la volpe al suo amico umano, protagonista del romanzo di Antoine de Saint-Exupéry. Difficile trasformare in film un concetto così delicato che si basa proprio sull’impossibilità da parte degli occhi di cogliere lo straordinario che si cela dietro le emozioni ed i legami umani, eppure il regista Mark Osborne e il suo team di esperti in computer grafica e non solo, sono riusciti perfettamente nell’intento. Io ho avuto la fortuna e l’onore di essere invitata all’anteprima stampa giovedì 26 novembre presso lo storico cinema milanese Apollo, ed ora sono qui per raccontarvi questa meravigliosa pellicola che uscirà ufficialmente nelle sale il 1° gennaio 2016, un ottimo modo per cominciare bene l’anno nuovo e riflettere su quali possono essere i propositi più importanti per accoglierlo. Non preoccupatevi, non spoilero nulla!

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IL RACCONTO – “Il Piccolo Principe”. Chi di voi ancora non ha letto questo libro, deve assolutamente farlo. Non tanto e non solo perché è un classico della letteratura francese, ma perché deve fare un regalo a se stesso e scoprire tutta la poesia delle parole, per altro estremamente semplici, dell’autore. È stato pubblicato nel 1943 e da allora è stato protagonista di un successo in continuo crescere, che lo vede ora come racconto pubblicato il 250 lingue, tra cui il braille, e uno dei più venduti di tutti i tempi, secondo solo alla Bibbia. Come sapete bene, è il mio libro preferito, tanto che ho deciso di tatuarmi qualche mese fa il Piccolo Principe e la Volpe che si guardano innamorati, simbolo di amicizia e addomesticamento tra due anime affini e complementari, ed ho anche l’agenda che Moleskine gli ha dedicato quest’anno, giusto per ricordarmi che, anche se ormai sono adulta e ho moltissimi impegni, dentro di me vive ancora la bambina che ero.

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(Ph. Chiara Zingoni)

LA PELLICOLA – Pensate che il progetto di realizzare un film prendendo spunto da questo libro è nato addirittura 8 anni fa e vanta il sostegno e la stima del presidente della Fondazione per la gestione del Patrimonio Saint-Exupéry! Già questo vi dice tutto… la lavorazione è durata parecchio perché la grafica è molto singolare, a me è piaciuta tantissimo perché sembrava veramente di sfogliare le pagine che mille volte ho fatto passare sotto le mie dita: si unisce l’animazione in stop motion per i personaggi del libro, che sembrano veramente fatti di carta e quindi bidimensionali. Sono rimasta a bocca aperta esattamente come i bimbi che c’erano in sala! A fare da contrasto c’è poi l’animazione digitale che ci mostra il mondo “reale”, quella della bambina protagonista della storia fuori del libro e dell’aviatore, potete vedere il trailer che vi linko alla fine dell’articolo. Ho scoperto che il progetto è nato a Los Angeles a casa di Osborne (già regista di Kung Fu Panda) e poi è stato realizzato a Parigi… ad averlo saputo per tempo sarei corsa fuori dagli studi per supplicarli di farmi vedere anche solo uno schizzo in anteprima! Ma le aspettative che mi sono creata durante questi mesi di attesa hanno reso tutto più magico… forse perchè “è il tempo che dedichi alla tua rosa, che rende la tua rosa speciale”? Ecco uno degli altri meravigliosi insegnamenti del libro. Se potessi incontrare oggi Peter de Sève, character designer, vorrei solo abbracciarlo e ringraziarlo con tutto il cuore per aver reso vivi nel migliore dei modi tutti i personaggi che finora lo erano solo nel mio cuore.

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LE EMOZIONI – Le emozioni… beh, che dire, iniziamo confessando che ho avuto il nodo alla gola dall’inizio e non sono più riuscita a trattenere le lacrime alla fine? Che lo si guardi da adulti o da piccini, questo film è un susseguirsi di poesia, riflessioni, vibrazioni, merito anche di una colonna sonora bellissima, che arrivano non solo dalle parole che dicono i personaggi (doppiati da un cast d’eccezione come Paola Cortellesi, Toni Servillo, Stefano Accorsi, Micaela Ramazzotti, Alessangro Gassman, Alessandro Siani…) ma anche dalle immagini stesse: non è un caso che la bimba protagonista abbia due occhi immensi nei quali si riflettono tutte le cose che vede attorno a sé e che specchiano gli amici che incontrerà durante la storia. Non tutti se ne sono accorti purtroppo, ma è un dettaglio che a me non è sfuggito affatto e che mi ha commossa profondamente. Mi vengono i brividi anche ora che ve ne parlo!

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IL MESSAGGIO – Parlare di un messaggio, nel caso di questa storia, è riduttivo da una parte e ingiusto dall’altra. Io credo che la bellezza del Piccolo Principe sia il fatto che i concetti sono così cristallini, che ognuno, a qualsiasi età, può trarne il messaggio che sente più vicino al proprio cuore. Io non smetto mai di trovare nuove sfumature tra le righe di questo racconto, e il film di Osborne me ne ha fatte scoprire altre ancora: è dolcezza infantile e pragmatismo adulto insieme, un delicatissimo equilibrio che ognuno di noi mantiene in maniera diversa e poggiandosi a un personalissimo baricentro che non può essere giudicato da nessun altro.

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Io ho già l’appuntamento con tutti i miei amici per andare a vederlo nuovamente al cinema, non posso fare altro che consigliarvelo con tutto il cuore ed esortarvi a leggere il racconto originale… ma se qualcuno di voi ancora è titubante, la voglia di farlo gli verrà una volta al cinema!

Scopri cosa ti aspetta nelle sale cinematografiche!

Ringrazio infinitamente, e mai smetterò di farlo, la Lucky Red per avermi permesso di vivere questa esperienza incredibile; è stato un bellissimo regalo di compleanno anticipato che ricorderò per tutta la vita. Saluto voi, miei cari lettori, e aspetto di sentire le vostre recensioni tra un mese e mezzo! Ci vediamo qui prestissimo, buona giornata 🙂