Oscar 2021, una serata che passerà alla storia

Che la notte degli Oscar sia tra quelle più attesa dell’anno, ogni anno, è fuori discussione: che sia per sapere chi vincerà, che sia per vedere come sono abbigliati e acconciati gli invitati, che sia per fare un po’ di gossip… è davvero raro trovare qualcuno che sia totalmente indifferente a questa cerimonia storica.
Tutte le nomination sono state svelate proprio nella giornata di ieri e ne abbiamo parlato nelle stories del profilo Instagram @moviesandspaghettitime… ma tutti sappiamo che, al di là di questi passaggi di rito che ci si ripropongono ogni anno, questi Oscar 2021 avranno qualcosa di diverso dal solito… solo le norme anti-Covid?
No! Per fortuna si distingueranno anche per aspetti piacevoli!

statuetta Oscar in primo piano

Quest’anno, infatti, si sta verificando veramente un punto di svolta all’interno della lunga tradizione degli Academy Awards. Non era mai accaduto che una donna ricevesse la nomination per la miglior regia e quest’anno sono addirittura due in lizza per aggiudicarsi la statuetta.
Stiamo parlando di Chloé Zhao, candidata per il suo film “Nomadland” e di Emerald Fennell, per “Promising Young Woman“.

Potere alle donne

Di Chloé Zhao avrete forse già memoria: proprio grazie a Nomadland, in realtà appena il terzo lungometraggio che scrive, dirige e monta, ha ricevuto anche il Leone d’Oro alla scorsa settantasettesima edizione della Mostra internazionale d’arte del Cinema di Venezia, nonché il Golden Globe per miglior film drammatico e quello per miglior regista.
E pensare che tutto è nato dall’incontro casuale della regista con Frances McDorman (protagonista del film e già vincitrice di un Oscar come miglior attrice in Fargo – ndr) durante il marzo 2018, mese in cui le due si sono conosciute in occasione degli Indipendent Spirit Awards… e dopo sei mesi erano già impegnate nella lavorazione di Nomadland.
Emerald Fennell, invece, l’abbiamo conosciuta prima come attrice: è suo il volto di Camilla Shand in “The Crown” ed ha appena 35 anni. Quella con Promising Young Woman? E’ la sua prima esperienza come regista.
Certo il talento era innegabile già da tempo, da quando era stato affidato a lei il delicato compito di sei episodi della già avviata serie televisiva Killing Eve. Questo film è il prodotto di un team di donne eccezionali: vediamo infatti protagonista Carey Mulligan, che ne è anche produttrice esecutiva, e Margot Robbie che produce la pellicola con la sua casa di produzione LuckyChap Entertainment.

Laura Pausini e la nomination per Io sì (Seen)

E poi c’è lei, di cui è sufficiente dire il nome di battesimo per sentir riecheggiare la sua voce e sentire profumo di ragù.
Scusate, ma per me è così… chi più di lei potrebbe farci sentire a casa se ci trovassimo all’estero?
Chi più di lei, nella sua generazione, riesce ad ergersi a baluardo dell’italianità?
Quando ero ragazzina passavo le ore chiusa in camera a cantare le sue canzoni… e se è vero che con il passare degli anni mi sono un po’ allontanata dalla sua musica per avvicinarmi di più ad altri generi, è vero anche che per me lei è sempre l’esempio della donna che vorrei essere, se potessi decidere arbitrariamente in cosa trasformarmi.
La sua forza, la genuinità, il saper “metterci la faccia” sempre, la sua ironia… Laura, ti amo.
Ok e dopo questa dichiarazione d’amore possiamo tornare a noi: la nostra Miss Pausini, quest’anno si porta a casa due enormi soddisfazioni: la vincita del Golden Globe per la Miglior Canzone Originale con “Io sì (Seen)”, colonna sonora intensa ed emozionante del film Netflix La vita davanti a sé con protagonista Sophia Loren, e la nomination agli Oscar sempre per lo stesso brano, disponibile su Spotify e registrato in cinque diverse lingue.
Ci auguriamo con tutto il cuore che a questa doppietta di gioie, che Laura ha splendidamente condiviso sui suoi canali social, si aggiunga anche quello della vincita della famosa statuetta! Ma per questo… dovremo aspettare il 25 aprile.

Ma Oscar… chi è?

Oscar è un uomo d’oro. E’ un uomo speciale. E’ un uomo qualunque. E’ semplicemente un simbolo.
Chi può dirlo? Del resto, quello non è neppure il suo nome originale… E’ stato registrato solo in seguito, mentre all’epoca in cui nacque questo riconoscimento, nel lontano 1929, la statuetta era solo una statuetta e veniva semplicemente chiamata Academy Award of Merit.

statuetta Oscar in primo piano

Ma chi si prende la briga di stabilire chi si merita di tornare a casa con un Oscar sotto braccio e chi no?
La Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), un’organizzazione costituita da attori, registi, personalità del mondo del cinema. Ne fanno parte, attualmente, niente meno che 6687 membri, il cui presidente è David Rubin e ha sede naturalmente in California, per la precisione a Beverly Hills.
La mente ideatrice di tutto questo? Solo il dirigente della Metro-Goldwin-Mayer…
La cerimonia si svolge nell’iconico Dolby Theatre di Los Angeles, ad Hollywood, ma non è sempre stato così: nel 1929, infatti, gli Oscar vennero consegnati nel Roosevelt Hotel, il più antico hotel della city tutt’ora in uso.
Si trova a pochi passi dal TCL Chinese Theatre e nella sua hall ospita una statua in bronzo di Charlie Chaplin, nel suo indimenticabile Charlot, seduto su una panchina… o almeno era così nel 1999, quando ci ho soggiornato io con la mia famiglia!

il Dolby Theatre di Los Angeles che accoglie da anni la cerimonia della notte degli Oscar

Gli italiani che hanno alzato al cielo un Oscar

Voglio concludere con una carrellata un po’ nostalgica di alcuni grandi italiani che si sono aggiudicati l’Academy Award, certa del fatto che concorderete con me che gli artisti della nostra patria se ne sarebbero meritati molti di più.

Sophia Loren vince l'Oscar come miglior attrice protagonista nel 1962 per La Ciociara di Vittorio de Sica
1962, Sophia Loren vince l’Oscar come Migliore attrice protagonista in La Ciociara, accanto a lei Vittorio de Sica, regista della pellicola
Gabriele Salvatores vince l'Oscar nel 1992 per Mediterraneo
1992, il regista napoletano Gabriele Salvatores stringe tra le mani la statuetta vinta per il suo Mediterraneo, aggiudicandosi il premio per Miglior film in lingua straniera
Carlo Rambaldi porta a casa 3 Oscar, negli anni, per gli effetti speciali di ET, Alien e King Kong
L’effettista ferrarese Carlo Rambaldi e le tre statuette vinte nel 1979 per i migliori effetti speciali di Alien, nel 1982 si aggiudica un altro Oscar per la stessa categoria per il film E.T. L’extraterreste e nel 1976 lo Special Achievement Award per gli effetti speciali di King Kong
Roberto Benigni vince 3 Oscar per il suo film La vita è bella, nel 1999
1999, Roberto Benigni ritira il premio come Miglior attore protagonista nella pellicola da lui stesso diretta La vita è bella. Il film porta a casa anche altri 2 Oscar e 4 nominations
Ennio Morricone porta a casa un Oscar alla carriera nel 2007 ed uno per miglior colonna sonora per Hateful Eight di Tarantino, nel 2016
2007, Ennio Morricone ritira l’Oscar alla carriera in un lungo applauso della platea, che si alza in una standing ovation emozionata. Nove anni dopo ritirerà, finalmente, anche l’Oscar per la miglior colonna sonora del film The Hatetful eight di Quentin Tarantino.

Certo il nostro Ennio avrebbe dovuto vincerne molti di più. Molti, molti di più…
Ma la potenza della vera arte e della magia che si cela dietro al talento di figure come la sua è che mai nessun premio potrà rendere adeguatamente giustizia alla loro grandezza e che nulla potrà mai “impriogionare” in un piccolo oggetto placcato d’oro l’immensa poesia che ci ha regalato con le sue opere.
Poesia che sopravvivrà, nonostante lo spazio e nonostante il tempo.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Alberto Sordi, quanto ci manchi…

Alberto Sordi… diciotto anni senza di te sembrano un secolo intero!
E’ vero, i miti come te sono immortali, ma così dobbiamo immaginare noi quello che sarebbe stato e siamo consapevoli che non sarà mai grandioso come ciò che avresti fatto realmente tu.
Il 24 febbraio 2003 moriva nella sua amata Roma l’icona assoluta dell’italiano nel mondo.
Nei quasi 200 film a cui ha preso parte, ha dato vita a personaggi che rimarranno per sempre parte dei miti del cinema e ha citato frasi che per sempre verranno utilizzate come espressioni comuni da ognuno di noi,
tanto che diverranno quotidiane anche per le generazioni future.
Ditemi che parole vi vengono in mente a guardare l’immagine qui sotto!

Alberto Sordi in "Un americano a Roma" nella scena più celebre in cui divora i maccaroni
Alberto Sordi nella celebre scena di Un americano a Roma, 1954

Guardando sue interpretazioni immemorabili, come Un borghese piccolo piccolo (1977) ci si chiede come sia stato possibile che gli ci volle un decennio sulle scene, per guadagnarsi il posto d’onore di cui era veramente degno.
Infatti fu solo grazie a I Vitelloni (1953) di Federico Fellini, che riscosse realmente successo… eppure aveva già fatto parte del mondo del cinema in tante pellicole prima di allora!
Altrettanto incredibile è pensare che, proprio a causa della sua inflessione romanesca, venne espulso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano… del resto, le regole sono regole. E ogni strada che ci viene sbarrata davanti, ci obbliga a deviare su altre che alla fine ci portano alla meta che vogliamo raggiungere.
Se non fosse stato rimandato a Roma, non avrebbe cominciato a fare comparsate nei film girati a Cinecittà e non avrebbe neppure intrapreso la sua carriera da doppiatore: fu grazie alla casualità della vincita di un concorso di MGM che prestò per la prima volta la sua voce a Oliver Hardy, il famosissimo Ollio del duo comico, nel ridoppiaggio della pellicola Sotto Zero, cortometraggio girato nel 1930.
Alberto Sordi aveva appena 17 anni ma la sua voce era così ben formata e definita, che fu proprio il direttore della Metro-Goldwyn-Mayer a volerlo. Le cose che spettano a noi, faranno in modo di trovarci.

Stanlio e Ollio suonano sotto la neve in una scena di "Sotto Zero"
Il duo comico Stanlio e Ollio in una scena di Sotto Zero, 1930

Se è vero che, in questo ambito così come in quello attoriale, è ricordato molto facilmente per la sua comicità, bisogna riconoscergli anche un’eccezionale credibilità nei ruoli drammatici che gli hanno consentito di sfoggiare ampiamente tutte le sfumature della sua bravura.
Nel già citato Un borghese piccolo piccolo, ad esempio, per la regia di Mario Monicelli e in cui lo vediamo a fianco di un giovane Vincenzo Crocitti. Proprio grazie a questa pellicola impegnata, quest’ultimo vinse un premio speciale ai David di Donatello, nonché il Nastro d’Argento al miglior attore esordiente. Alle stesse rassegne, Sordi vinse il premio di Miglior attore protagonista.

Alberto Sordi e Vincenzo Crocitti in una scena di "Un borghese piccolo piccolo", per la regia di Mario Monicelli, 1977
Alberto Sordi e Vincenzo Crocitti in una scena di Un borghese piccolo piccolo, 1977. Il primo interpreta il padre del secondo.
Un primo piano di Alberto Sordi in "Un borghese piccolo piccolo"
Un primo piano carico di emozione di Alberto Sordi, nella stessa pellicola.

Certo non c’è da stupirsi se un attore così poliedrico, una colonna portante del cinema nostrano, abbia lasciato un segno profondo anche negli anni successivi alla sua scomparsa. Tanti premi cinematografici ora portano il suo nome, così come l’imponente Galleria Alberto Sordi di Roma, che fino al 6 dicembre 2003 si chiamava Galleria Colonna, dal nome della piazza che la ospita.
Uno dei punti più conosciuti e importanti della capitale, dato che si tratta anche di una delle sedi della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Albertone nazionale è un vero e proprio simbolo dell’Italia nel mondo e la sua innata bravura nel comunicare è stata suggellata anche dalle due lauree ad Honoris Causa proprio in scienze della comunicazione, arrivate una dallo IULM di Milano ed una dall’Università di Palermo, entrambe appena un anno prima della sua morte. Nonostante le sue difficoltà, dovute alla malattia che lo stava portando via, presenziò ad entrambe le cerimonie. Riposava invece già in pace nella sua tomba di famiglia nel cimitero romano di Campo Verano, quando in suo ricordo gli venne conferita la Medaglia d’Oro ai benemeriti della cultura e dell’arte il 25 marzo 2003.
Eppure noi lo sappiamo che sarà stato lì, a sfoggiare il suo eterno sorriso sornione, guardando quaggiù, da quell’asteroide che gli è stato dedicato e che porta il suo nome.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Alberto Sordi, il mito a tavola è servito

Cent’anni fa oggi, nasceva un grande mito del cinema italiano: buon compleanno, Alberto Sordi!
Chi più di lui poteva meritare un ricordo speciale qui, tra le pagine digitali di questo mondo fatto di ricette e cibo?

“Maccherone, mi hai provocato e io ti distruggo, adesso maccherone io me te magno!”.

Alberto Sordi nella celebre scena dei maccaroni in "Un americano a Roma"

Chi non ha sentito almeno una volta questa esclamazione associata al grande Alberto Sordi? La frase arriva dalla famosissima scena tratta da “Un americano a Roma” diretto da Steno (lo sapete vero che Steno, altro caposaldo della cinematografia italiana, è lo pseudonimo di Stefano Vanzina, padre dei celeberrimi fratelli Vanzina?). Tornando ai nostri
maccheroni, chi li mangia è Nando Mericoni un giovanotto senza arte né parte (interpretato da Sordi) che mitizza gli Stati Uniti, tanto da scimmiottare i comportamenti alimentari americani e schifare i canonici spaghetti sostenendo di voler mangiare pane e mostarda, inzuppato nel latte. Salvo addentare poi la fatidica fetta, gettarla ed esclamare
“ammazza che zozzeria”, sputando tutto per tornare ai suoi amati maccheroni e “magnarseli”. Così, tra una forchettata di pasta e l’altra, stila un elenco della fine che faranno il latte “questo lo damo ar gatto”, “questo al sorcio” guardando lo yogurt e con la mostarda (in realtà senape) ci vuole “ammazzare le cimici”. Ma non ci sono solo i maccheroni di “Un Americano a Roma” nella vita cinematografica di Alberto Sordi.
Ripercorriamo altri esempi del suo rapporto con la cucina, nel centenario della sua nascita.
Altra scena mitica è quella ambientata a Venezia e tratta dall’episodio “Le vacanze intelligenti” all’interno del film “Dove vai in vacanza?”.

Alberto Sordi in una scena de "Le vacanze intelligenti"

Qui Sordi interpreta un fruttivendolo romano i cui tre figli, che hanno studiato e frequentano ambienti intellettuali, organizzano per lui e la moglie delle “vacanze intelligenti” appunto, con un programma che prevede, oltre a una ferrea dieta, visite culturali comprese quella alla Biennale di Venezia. Ed è proprio lì che Sordi e consorte cinematografica, dopo essersi ribellati a diete e incomprensibili performance artistiche si fermano in una trattoria e, armati di tovaglioli legati al collo, mangiano tutto ciò che gli capita a tiro, emulati da principi e contesse che, come loro si abbuffano di salsicce con i fagioli, pappardelle al sugo di lepre e chi più ne ha più ne metta. Ne “Il marchese del Grillo” protagonisti sono invece i rigatoni, esattamente con la “pajata” (piatto della tradizione romana composto da pasta e interiora di vitello).
Potremmo continuare ancora a ripercorre, con l’aiuto di altri celeberrimi film, il percorso gastronomico di Alberto Sordi nelle varie pellicole cinematografiche dove lui, con piccoli gesti, espressioni facciali e frasi passate alla storia, riesce a rappresentare stati d’animo e situazioni psicologiche sedendosi a tavola. Spessissimo nei suoi film lo troviamo di fronte al cibo, a rappresentare le condizioni sociali dell’epoca ma per certi versi attuali ancor oggi. Per concludere, una curiosità: tra tutti questi piatti, sapete qual era il suo cibo preferito? Per Alberto Sordi non era domenica senza un piatto di fettuccine seguito dall’abbacchio scottadito (piatto laziale a base di costolette di agnello spalmate con burro
ammorbidito prima di grigliarle). Un pranzo all’insegna delle leggerezza, insomma! Infatti puntualmente per Sordi seguiva la pennichella sulla sua amata poltrona e, raccontava, l’abbiocco veniva sempre guardando Pippo Baudo in tv (protagonista indiscusso della Rai dell’epoca) e ritrovandolo ancora lì, sullo schermo, al suo risveglio.
Alberto Sordi rimarrà sempre nel cuore di noi italiani, lui che è stato un simbolo della nostra nazione e che si fa amare anche dalle generazioni che non lo hanno conosciuto direttamente.
E allora alziamo il bicchiere insieme a lui, da lassù e… tanti auguri, mito!

Alberto Sordi in una scena de "Il Marchese del grillo"


Testo a cura di Franca Bergamaschi
fotografie via web
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Il Re Leone : l’anteprima a Milano e tutti i retroscena!

Ho perso il conto di quante volte ho guardato questo cartone animato da bambina.
Era il mio preferito in assoluto e mamma e papà mi avevano regalato anche i timbrini da colorare con Simba e compagnia bella.
Sapevo (e so ancora oggi) a memoria tutte le canzoni e gli insegnamenti di Rafiki, Mufasa, Timon e Pumba mi sono rimasti nel cuore più di quelli di qualunque altra pellicola Disney.

Giovedì scorso si è tenuta a Milano, presso il Palazzo del Cinema Anteo in Porta Nuova, la proiezione speciale in lingua originale de Il Re Leone ed io c’ero. Una bellissima esperienza e un bellissimo evento che ora vi racconterò.

Penso che in pochi sappiano creare la giusta atmosfera quando si tratta di promuovere qualcosa e Disney è certamente tra questi.
Lasciata alle spalle la giungla urbana tipica di quella zona di Milano, si entra infatti in una savana verde, fatta di grandi piante e palme che mi trasportano subito qualche km più in là.
Benvenuta in Africa, Micol!
Ogni angolo del cortile interno all’Anteo è stato ripensato in termini ben più esotici e ovunque c’è qualcosa di stupefacente da ammirare: a fare accoglienza c’è una gigantografia di Nala (la leonessa coprotagonista del film – ndr) da cucciola, che strappa subito un sorriso e stringe il cuore.
Le musiche di sottofondo, tratte naturalmente dalla colonna sonora originale a cura di Hans Zimmer, provengono da un palco allestito su cui, si intuisce, saliranno degli artisti eccezionali per un live che precederà la proiezione.
E’ subito magia!
Nella zona centrale si trovano isole di buffet in cui tutto è a tema, nomi dei cocktail compresi.
E le immancabili praline del Maestro Knam, presente all’evento, di animalier vestite.
Un po’ più in là, poi, comincia il divertimento.
Disney infatti ha pensato di allestire dei set fotografici a tema: uno con la sabbia “per lasciare la tua impronta”, uno con la riproduzione della Rupe Dei Re su cui ci si può arrampicare (non io, ahimè, con i miei 12 cm di tacco!) per mostrare al mondo e al fotografo, il piccolo Simba – ok, qui è solo di peluche – che si stringe tra le mani. Nella gallery vedrete il simpaticissimo Jonathan Kashanian compreso nel ruolo.
L’ultima ala del cortile, è dedicata al photo call: un red carpet decisamente tenero, in cui l’iconico rosso assoluto lascia spazio a un marrone scuro su cui spiccano delle impronte di zampe di leone.
Un dettaglio ricco di significato, che non è certo sfuggito al mio occhio innamorato di questo film!

La proiezione è stata in lingua originale; una vera fortuna, perché questo mi ha permesso di apprezzare la bravura dei doppiatori americani a cui non sono abituata: prima fra tutte Beyoncé che ammetto essere stata una scoperta per me, in questo senso. E brava Queen B!
Appena ho preso posto, mi sono resa conto di aver scelto la poltrona davanti a quella su cui si era seduta Ivana Spagna. Non ho avuto freni, mi è venuto dal cuore, l’ho guardata e appena mi ha sorriso mi è uscito:
“Ivana, la tua voce è stata la voce della mia infanzia! Non sai quante volte ho cantato con te il Cerchio della Vita”. Una donna dolcissima, tutta piena di sorrisi luminosi e “Grazie, che carina!”.
E’ bello incontrare persone così, non è vero come si dice che dal vivo sono sempre tutti antipatici o pieni di sé… dipende dalla singola persona e lei è stata proprio la ciliegina sulla torta in questa serata indimenticabile!
Il film? Una pellicola eccezionale. Semplicemente.
Non ci sono altre parole per descriverlo!
La trasposizione dal cartone animato è stata impeccabile, pochissime le scene tagliate, meravigliose le mimiche date agli animali, incantevoli gli ambienti…
Non vedo l’ora che sia il 21 agosto per tornare a vederlo, si capisce?
E poi, nella versione italiana, saranno Elisa e Marco Mengoni a doppiare rispettivamente Nala e Simba… loro sono due delle voci che più amo del nostro scenario musicale, sono certa che non deluderanno!
Se volete vedere le stories che ho realizzato durante la serata, potete trovarle ancora oggi nel contenuto in evidenza dedicato, sul mio profilo Instagram!

Milano, giovedì 18 luglio 2019.
Questo è stato il mio primo, vero, red carpet.
Lo ammetto, ero felicissima e lo sono tutt’ora…
perché anche se è stato solo il primo, piccolo passo, ha lasciato l’impronta nel mio cuore.

Trucco ispirato agli occhi felini realizzato con prodotti Clarins
Negative space manicure realizzata con smalti Faby
Pic from @jonathankash Instagram
Pic from @ernstknam Instagram


Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie (dove non altrimenti specificato) a cura di Micol Uberti
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Bohemian Rhapsody: biopic sui Queen o quadro di emozioni di Freddie Mercury?

Ci sono leggende destinate a vivere per sempre, ma anche a non essere mai conosciute per intero. Ci sono leggende che ci lasciano insegnamenti, moniti, racconti.
Altre, ci lasciano colori, visioni ed emozioni.
Freddie Mercury è la più grande di queste.
Ma quanto il film Bohemian Rhapsody a lui dedicato e da poco nelle sale, gli ha reso veramente giustizia?

Dopo aver aspettato cinque interminabili giorni, finalmente sono riuscita ad andare a vedere questo biopic dedicato a quello che per me è il cantante migliore in assoluto mai esistito sulla faccia della Terra. Lo amo moltissimo, amo lui e ciò che ha saputo fare con la propria voce, e non parlo solo di canzoni che mi tatuerei addosso dalla prima all’ultima. Parlo dei confini che ha valicato, parlo delle mareggiate di vita con le quali ha travolto (e travolge ancora) le persone, parlo dei segni indelebili che ha lasciato nel mondo.
Capite bene che, per me, ieri è stato come andare a un appuntamento importante: tutto il giorno non ho fatto altro che ascoltare il repertorio dei Queen e rileggere le loro biografie. Poi sono entrata in sala e si sono abbassate le luci.

Il film comincia e ci accompagna rapidamente nella fase di formazione della band anglosassone e ci presenta i personaggi principali senza soffermarsi troppo a raccontarci qualcosa di più su di loro. Questo trend, rimane invariato fino alla fine del film.
Tutto è un tributo a Farrokh Bulsara e a come è diventato poi Freddie Mercury.
Tutto è un tributo… emotivo, però.
Non si può certo dire che a livello tecnico e artistico, non sia un gran film!
Il regista Bryan Singer (che, anche se non accreditato, è stato poi sostituto da Dexter Fletcher per l’ultima fase di lavorazione) ha fatto un ottimo lavoro, davvero: splendide le sequenze, azzeccatissime alcune scelte stilistiche che riportano inevitabilmente alla mente i colori e i gusti sfarzosi del protagonista e dell’epoca (il film racconta del periodo che va dal 1970 al 1985), gli attori nella maggioranza dei casi sono molto simili ai loro corrispondenti reali. Ma non si può pensare che degli amanti dei Queen passino sopra a certi errori madornali. E anche chi non è così tanto legato a questo quartetto, troverà secondo me insoddisfacenti alcune caratteristiche di Bohemian Rhapsody.
Il problema è proprio nell’aspetto storico del racconto e nella connotazione semplicistica che è stata data troppo spesso al racconto. 
Guardi il film e hai l’impressione che, una volta ottenuto il consenso da parte di chitarrista e batterista della band, il regista e sceneggiatore si siano guardati in faccia e si siano detti: “Fico! E mò?”. Certo, tutte le varie vicissitudini che ci sono state durante la fase di scrittura e pre-lavorazione del film, non hanno certo contribuito a lavorare in serenità… May e Taylor hanno pure fatto un po’ di questioni selezionando cosa volevano che si sapesse e cosa no… Sacha Baron Cohen ha mollato il cast rifiutando il ruolo di Freddie dopo che era già stata annunciata la sua presenza…
Un bel casino.

Insomma, regista e sceneggiatore, come dicevamo, erano decisamente Under Pressure.

Appare evidente agli occhi di chiunque, infatti, che tutto il contenuto è stato pesantemente romanzato. Emergono le emozioni di Freddie, che Rami Malek interpreta con una bravura e una precisione impressionanti, tanto da far provare gli stati d’animo allo spettatore. Emergono le emozioni di Freddie, ma tutto il resto rimane un insieme di personaggi-cartonato sullo sfondo. Sarà forse che si è voluto che fossero solo delle rappresentazioni umane del modo in cui Mercury li viveva?
C’è la bella, c’è il cattivo, c’è il tenero… Ok, ma mica siamo in un film di Sergio Leone, qui!
E’ tutto troppo favolistico e i personaggi sono troppo “sproporzionati” nella loro rotondità, per essere considerato credibile. Complimenti per la riproduzione perfetta dei dettagli visivi del concerto, famosissimo (e quanto avrei voluto esserci…) del Live Aid: i bicchieri di birra e Pepsi sul pianoforte non sono passati inosservati a molti, le movenze feline di Freddie sul palco sono impeccabili, la scaletta del concerto è ovviamente identica.
Ma questo non è abbastanza e lo dico con sincero dispiacere.

Perché avrei preferito dirvi che l’entusiasmo con cui sono entrata al cinema era raddoppiato quando ne sono uscita… ma non è così.

Nonostante questo, ci sono anche dei lati positivi, è naturale!
Come già detto, Rami Malek è riuscito a rendere molto molto bene l’idea di ciò che è stato il modo in cui Mercury ha vissuto la sua, come gli predice Mary Austin (interpretata da Lucy Boynton), difficile vita. Quegli occhi immensi ed espressivi e quell’agilità nel passare dalla totale euforia alla più profonda solitudine senza mai eccedere… Quel modo di gestire il proprio corpo alla perfezione… Fantastico.
Molto apprezzabili anche alcune chicche che chi conosce bene i Queen avrà certamente notato: dal quadro di Marlene Dietrich (a cui la band si ispirò per girare la celebre sequenza con i loro volti illuminati su sfondo nero nel videoclip promozionale di Bohemian Rhapsody), all’easter egg – ATTENZIONE! QUI C’è UN PICCOLO SPOILER! – che vede la presenza del mitico Mike Myers che fa tributo al celebre film Fusi di Testa, che uscì nelle sale pochi mesi dopo la morte di Freddie Mercury e in cui la scena più celebre in assoluto si svolge proprio sulle note della canzone che dà il titolo al biopic di cui parliamo oggi in questo articolo.
OK, LO SPOILER è FINITO!
Alcune scene, poi, sono state costruite davvero a regola d’arte.
Il giorno prima che andassi a vedere il film, ci andò il mio migliore amico, che in pausa mi scrisse un messaggio: “Poco fa mi sono commosso”. Non ho voluto chiedere per quale motivo, perché non volevo togliermi l’effetto wow della pellicola.
Ma quando ieri mi sono trovata davanti allo schermo ho capito perfettamente a quale scena si era riferito poche ore prima. Certo, nel caso mio e della persona in questione, tutto è amplificato dalla passione smisurata per questa band (ecco, lui sì che li ha tatuati addosso sul serio), ma sono pronta a scommettere che il modo in cui Freddie racconta a Mary Austin di aver capito i propri orientamenti sessuali toccherebbe chiunque.

Ma quindi, in fin dei conti, vi consiglierei di vedere questo film oppure no?
Solo se avete voglia di ricordare un mito intramontabile, rimanendo disposti a chiudere un occhio (no anzi, facciamo tutti e due…) sulla non corrispondenza con i fatti veri, e ad aprire invece il cuore, come ho fatto io. Aprirsi al mondo non significa solo lasciar andare ciò che si ha dentro, ma anche e soprattutto imparare a saper accogliere ciò che ci arriva da fuori, senza ragionarci su troppo. Solo in questo modo potrete essere in sintonia con ciò che Freddie dice riguardo alla sua Bohemian Rhapsody, che nessuno comprendeva inizialmente:
La vera poesia è per l’ascoltatore.

Rami Malek (Freddie Mercury) e Lucy Boynton (Mary Austin)
in una scena iniziale del film

(da destra) Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon),
rispettivamente batterista e bassista della band

Una scena di assolo alla chitarra di Gwilym Lee (Brian May),
un altro interprete incredibilmente somigliante all’originale

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Milano e il cinema: la settima arte come non l’avete mai vista.

Eterna indecisa, se in questo momento mi si chiedesse se preferirei portarvi con me a fare due passi per le strade della mia città oppure se mi andrebbe di più di farvi sedere su una comoda poltrona a guardare un bel film, non saprei cosa scegliere.
E allora faccio entrambe le cose e vi porto con me a Palazzo Morando, alla scoperta della stupenda mostra Milano e il cinema.

Quando si pensa alla settima arte, la prima città italiana a cui si pensa è Roma.
Cinecittà, del resto, è una parola che abbiamo sentito almeno mille volte nella nostra vita ed è un posto che è un mito per tutti noi. Ad alcuni potrebbe invece venire in mente la romantica Venezia e non a torto, dal momento che si svolge la celebre rassegna internazionale ogni anno a fine estate. Noi milanesi non ci offendiamo se non fate il nome della nostra città, ma bisogna dirlo: Milano ha avuto (ed ha ancora oggi) un ruolo importantissimo nell’industria cinematografica e c’è una lunga lista di pellicole a testimoniarlo. Dal più datato Siamo tutti milanesi al più recente Chiedimi se sono felice con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Ad esempio, la scena in cui questi ultimi giocano a pallone con un poliziotto in una notte d’estate, usando la statua di un santo come canestro, è stata filmata in Piazza Mercanti, appena di fianco a Piazza Duomo! 
Questa mostra mi è piaciuta molto per il modo semplice ma approfondito in cui accompagna il visitatore all’interno del viaggio che racconta. Milano, infatti, ha vissuto periodi di sentimenti contrastanti grazie al cinema. Nessuna tappa, in questa esposizione, viene dimenticata ed uno spazio molto ben fatto è dedicato anche al fumetto e al mondo dell’animazione: sapete che La linea è un personaggio nato dalle mani di Osvaldo Cavandoli, cresciuto a Milano. Pensate che è stato anche disegnatore tecnico all’Alfa Romeo! 
La mostra sarà presenza nella splendida cornice di Palazzo Morando, che si trova in via Sant’Andrea, nel cuore del quadrilatero della moda. Impossibile non passarci almeno una volta in questo periodo di Natale, non fosse altro che per ammirare le bellissime vetrine addobbate! L’esposizione sarà disponibile fino al 10 febbraio 2019 e vi aspetta con un’ampia selezione di fotografie dai set, scatti rubati alle grandi celebrità del passato, come Vittorio de Sica, Lucia Bosé e tanto altro materiale che vi faranno appassionare a questo magico mondo, che per me è un Grande Amore da sempre!

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Riprese sulle sponde del Naviglio Grande

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Una bellissima Sophia Loren alla guida di un’auto d’epoca

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Gli spazzacamini di Miracolo a Milano

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Una famosa scena tratta da
Totò, Peppina e la malafemmina

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Gli effetti speciali dell’epoca… tutto olio di gomito!

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Indimenticabile Diego in Eccezzziunale veramente

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Testo e fotografia
a cura di Micol Uberti

La mafia uccide solo d’estate (ma strappa la vita ogni giorno, anche in inverno).

Esattamente cinque anni fa, il 28 novembre 2013, nelle sale cinematografiche italiane usciva un film destinato a diventare un grandissimo successo e ad accogliere il favore della critica più disparata.
Opera prima di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif, La mafia uccide solo d’estate è molto più di una semplice commedia e molto più di un ritratto della realtà drammatica della Sicilia degli anni ’80.

Che poi, dico anni ’80 per fare una media: la pellicola (in cui nulla, dai costumi agli arredamenti, alle auto, alle espressioni parlate, è lasciato al caso) comincia nel dicembre del 1969 e si conclude a fine anni ’90, all’incirca.
Non è una questione di pignoleria, questa specifica. In un film come questo, la temporalità è fondamentale. Ci troviamo di fronte ad uno spaccato della vita quotidiana della Sicilia che, in quel periodo storico, si vedeva continuamente dilaniata dagli attentati della mafia. Avrete già capito, dal modo in cui scrivo, che questo film mi è piaciuto parecchio. Avete capito bene! E’ proprio così!
A dispetto di quanto abbia letto in alcune recensioni, che lo hanno definito irrispettoso per la leggerezza con cui vengono raccontati i fatti di Cosa Nostra, io l’ho trovato estremamente delicato. Leggerezza e delicatezza sono ben diversi dalla superficialità.
In fin dei conti, le vicende sono vissute dallo spettatore, per la maggior parte del lungometraggio, attraverso gli occhi di un bambino. Un bambino, Arturo Giammarresi, con grandi sogni e grande confusione rispetto all’impetuosità con cui si susseguivano le tragedie dell’epoca. Concepito nella notte della strage di Via Lazio, il suo destino era già segnato. Gli stratagemmi che il regista (che in questo caso è anche attore, voce narrante e fonte di ispirazione principale per la scrittura del protagonista) utilizza per raccontare ciò che stava accadendo, a mio parere, sono pura genialità.
Vi propongo una scena che mi ha colpito particolarmente.
Guardate QUI in che modo, il mitico Pif, accompagna lo spettatore nell’introduzione all’attentato del 23 maggio 1992 a Giovanni Falcone, nella strage di Capaci.
Credo sia stata la sequenza che più mi è rimasta impressa. Unisce alla perfezione la freddezza con cui Riina uccide un uomo, l’impatto sonoro dell’esplosione della bomba distoglie bruscamente l’attenzione dalla visione di una quotidianità che tutti noi viviamo (una persona, seduta su una poltrona che guarda la televisione nel proprio salotto…) e ci sbatte, senza chiedere permesso, in una realtà che lacera l’animo umano. 
In poco più di 1 minuto di riprese, si vive con chiarezza (anche se, naturalmente con meno intensità) lo stato d’animo dei siciliani. Un’angoscia che si estendeva un po’ in tutta Italia. Ma ad avercele vicino, certe piaghe, è diverso.
Un’altra trovata azzeccatissima è l’intervista che Arturo riesce a strappare a Carlo Alberto Dalla Chiesa: la prima di una lunga serie per il primo e l’ultima per sempre del secondo. Un simbolico passaggio di testimone estremamente morbido e aspro al tempo stesso.
Parliamo un po’, invece, degli intrecci che stanno dietro alla cinepresa?
Perché secondo me, l’ottima riuscita di questo film è data anche dal perfetto equilibrio e dalla profonda stima reciproca che si è instaurata nel corso degli anni tra i componenti del cast, sia tecnico sia artistico.
Tutti noi conosciamo Pif per la sua partecipazione a Le Iene ed altri programmi televisivi, ma pochi sanno che è figlio d’arte (suo padre Maurizio è regista) e che la sua passione per il cinema lo porta, nel 2000, a fare da aiuto regista al collega Marco Tullio Giordano ne I cento passi. Qual è uno degli interpreti più bravi di quella pellicola? Claudio Gioè, che ritroviamo anche in La mafia uccide solo d’estate nei panni di Francesco, giornalista che spronerà il giovanissimo Arturo ad inseguire i suoi sogni. Se pensate che sia questo l’unico intreccio dietro le quinte che lega queste due pellicole, vi state sbagliando: anche il direttore di fotografia, infatti è lo stesso: stiamo parlando di Roberto Forza, scelto da Pif anche per il suo secondo film come regista, In guerra per amore.
Ok, ma invece la coprotagonista Cristiana Capotondi salta fuori dal nulla, non c’è nessun collegamento, direte voi. Non proprio. Se infatti ora è un’attrice affermata (e, a mio parere, molto brava) è grazie al film che l’ha fatta finalmente conoscere definitivamente al grande pubblico, il celebre Notte prima degli esami. Ve la ricordate al fianco di Nicholas Vaporidis? I due ragazzi, che poi sarebbero diventati anche una coppia nella vita reale, erano diretti da Fausto Brizzi, che si è occupato della regia di Pazze di me, dove Pif interpretava un improbabile filosofo innamorato della sorella più svampita (Marina Rocco) del protagonista (Francesco Mandelli). Se non lo avete mai visto, mi sento di consigliarvelo: fa morire dal ridere e non potrete non amare Loretta Goggi nei panni di una madre pazza e… decisamente impositiva.

Questa volta non ho consigli da darvi, prima di guardare questo film, nel caso non lo aveste ancora fatto… Non me la sento di mostrare così poca umiltà.
Anche perché mi trovo pienamente d’accordo con ciò che ha detto Roberto Saviano dopo averlo visto: “E’ un esperimento dolce e allo stesso tempo un racconto drammatico”.
E’ proprio così, parla di una realtà che mi è stata raccontata dai miei genitori, che ho letto sui libri di storia, di cui mi sono fatta un’idea ben precisa (credo… forse la verità non si saprà mai) ma che non ho potuto vivere in prima persona. 
Sono nata il 22 dicembre 1989, ero troppo piccola per ricordarmi certe cose.
So solo che il 19 luglio di tre anni dopo, il 1992, fu il giorno in cui perse la vita Paolo Borsellino, nell’orrenda strage di via d’Amelio, e che mia madre mi portò nella chiesa della nostra parrocchia e mi disse “Andiamo a dire una preghiera per due signori (per lei tutt’oggi, così come per tantissime persone, Falcone e Borsellino erano una cosa sola… e sono sicura che fosse così – ndr) che non ci sono più e hanno fatto tante cose buone per l’Italia”. Forse è per questo che la scena finale, che trovate QUI, di La mafia uccide solo d’estate mi è sembrata così vicina a me, alla mia vita, alla mia storia…
E sempre per questo ci tengo a concludere questo articolo riportando la frase che recita il Pif, perché possa essere letta e riletta, per capirne la profondità.

“Quando sono diventato padre, ho capito che i genitori hanno due compiti fondamentali.
Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo.
Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.”.

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Il giovane Arturo (un bravissimo Alex Bisconti) è appassionato di giornalismo…

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…e di Giulio Andreotti.

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Qui Alex a fianco di Claudio Gioè
Quest’ultimo, nel 2007, ha ricevuto complimenti da parte dello stesso Riina per il modo magistrale in cui lo ha interpretato nella mini serie tv Il capo dei capi

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Ad interpretare Boris Giuliano, poliziotto e capo della Squadra Mobile di Palermo
ucciso il 21 luglio ’79, è Roberto Burgio

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La bellissima Cristiana Capotondi è Flora,
assistente del sindacalista ed esponente della DC Salvo Lima, ucciso nel marzo del ’92

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

First Man: il primo uomo di Chazelle è un capolavoro spaziale.

Ho sempre pensato che i film biografici fossero poco coinvolgenti, perché in fin dei conti raccontano qualcosa che è storia e che quindi conosciamo già.
Ma arriva sempre un momento nella vita in cui è necessario cambiare completamente idea… E quel momento è arrivato, sui titoli di coda di First Man.

Se avessi potuto, mi sarei scissa in tante Micol, per avere la possibilità di alzarmi in sala e fare una standing ovation a questo splendido lungometraggio.
Wow, che entusiasmo!
Sì, ragazzi, sì. Stiamo parlando di un vero e proprio capolavoro.
E se sui fatti narrati non si discute, anche perché l’unico che avrebbe potuto farlo (Neil Armstrong, ovviamente) non c’è più, andando a guardare regia e tutto il resto non si può che rimanere a bocca aperta.
Cosa mi ha colpito così tanto questa volta?

E’ evidente, innanzitutto, che il trinomio Chazelle (regia) – Sandgren (fotografia) – Gosling (main character) è semplicemente perfetto.
Non è solo il fatto che ognuno di loro eccelle nel proprio campo, è che… sanno mescolare queste eccellenze. 
Tra l’altro ce ne hanno già dato prova in La La Land, nel 2016, un film che anche qualora non incontrasse i propri gusti personali, appare ugualmente valido a livello tecnico agli occhi di chiunque…
Ma torniamo a noi. Damien Chazelle: un giovane genio che fa della pulizia estetica il punto principale di First Man. Tantissimi primi piani che entrano nell’animo del protagonista, complici gli occhi di Ryan Gosling che sono una finestra spalancata sulle emozioni che sta vivendo, un ritmo che segue alla perfezione lo sviluppo psicologico di Armstrong, un utilizzo centellinato di musiche e un saggio inserimento di silenzi assoluti.
La combinazione di tutti questi elementi rende la pellicola così tanto intimista e calibrata che, ve lo giuro, alla fine dei suoi 141 minuti vi sembrerà di conoscere così bene Armstrong da poter prevedere con certezza cosa sarà della sua vita da quel momento in poi.
Anche senza aver letto i libri di storia.

Film Title: First Man
Non mi stupisce affatto che questo regista si sia legato professionalmente ad un direttore di fotografia come Linus Sandgren: ve ne avevo già parlato bene settimana scorsa, nell’articolo dedicato allo Schiaccianoci della Disney e anche in questo film riconfermo la stima che provo nei suoi confronti. La fotografia di questo film è semplicemente eccezionale e anche alcune scelte stilistiche hanno aggiunto un valore non indifferente.
Di cosa parlo? Della grana che rende la pellicola un po’ vintage, una vera e propria chicca, che insieme alla ricerca sporadica di andare volutamente fuori fuoco han fatto sì che questo film si avvicinasse davvero al documentario, senza mai oltrepassarne però la soglia e rimanendo quindi uno spettacolo che ci fa capire che è tutto ben studiato.
E’ proprio quello slancio di creatività di cui, spesso, il cinema ha tanto bisogno!

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Senza dubbio però, va detto, questo film non sarebbe stato altrettanto potente senza la perfetta espressività trattenuta di Ryan Gosling (che comunque, grazie ad un pianto viscerale che strappa il cuore, mette bene in chiaro che sa far venire i brividi anche quando gli si chiede di non avere filtri, nella sua interpretazione). Le inquadrature sono la tela su cui questo attore riesce a dipingere le emozioni di Armstrong con pennelli da micropittura, è davvero pazzesco. Basta un movimento impercettibile di un muscolo all’angolo della bocca per far entrare lo spettatore in un tunnel di empatia dove sul fondo appare chiaro ciò che sta pensando il personaggio.
Lungi da me dall’apparire una fan sfegatata di Gosling che dà tutto il merito esclusivamente alla sua bravura! Quel che è giusto, è giusto: aver avuto al fianco una coprotagonista come Claire Foy nei panni della moglie, ha completato il quadro. Da una parte la freddezza e la determinazione sfrontata di lui, dall’altra l’apprensione e la forza d’animo di lei.
Già solo per questo, gran parte dello scenario privato dell’astronauta è ben spiegata!

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Insomma, sono certa che avrete capito già qual è il mio personalissimo voto per First Man. Esatto: un 10 tondo e pieno.
Ma sì, perché nonostante lo sforzo di cercare di cogliere anche gli aspetti tecnici, è stato in grado di assorbirmi, di lasciarmi qualcosa e di emozionarmi, nonostante la storia fosse già di dominio pubblico e nonostante si trattasse di argomenti lontani da me.

Ma un consiglio, come sempre, vorrei darvelo.
Preparatevi.
Entrate nella sala del cinema e sedetevi comodi su quella poltrona.

Preparatevi a guardare con rispetto questa pellicola e preparatevi ad essere sparati, ogni tanto, in un denso ed inaspettato silenzio.
Vi sembrerà di rimanere appiccicati all’improvviso a una dimensione surreale.

E sono proprio questi i momenti più stupefacenti del film, perché sono quelli che ci mostrano che non esiste universo più sconfinato di quello delle emozioni umane.
Guai a rompere l’incantesimo con un solo rumore.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

A star is born

Erano giorni che volevo andare a vederlo: A star is born, diretto da Bradley Cooper, l’ho percepito da subito come una di quelle pellicole da non perdere.
Ora finalmente ce l’ho fatta e…

…e un pochino di delusione me l’ha lasciata.
Facciamo una piccola parentesi descrittiva per coloro i quali non sapessero di cosa stiamo parlando! Tranquilli, nessuno spoiler in vista.
A star is born è, innanzitutto, il terzo remake di un film del 1937 (il quale, tra l’altro, era a sua volta ispirato ad uno del ’32… aiuto!) e questa volta a dirigerne e reimpastare in parte il soggetto è Bradley Cooper. Conosciuto per la sua interpretazione magistrale di American Sniper e soprattutto per essere davvero un gran manzo, qui si cimenta per la prima volta nella regia. “La prima volta” però, non è solo per lui, ma anche per la protagonista del film: Lady Gaga, la mia adorata Miss Germanotta. L’ho sempre amata, per la sua ironia dissacrante che però non sovrasta la sua bravura incredibile, sia come cantante sia come polistrumentista. Ecco, probabilmente la sua presenza, unita alla consapevolezza che fosse Matthew Libatique il direttore della fotografia (tra i suoi migliori lavori: Venom, Il cigno nero, The wrestler), è stato ciò che più mi ha spinta ad andare al cinema e prendere un biglietto per questo lungometraggio (lungo davvero, mi sa perfino un po’ troppo…).

Ma se ci sono state tutte queste premesse positive, cosa mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca? 
Beh, primo fra tutti un ritmo leggermente incostante che rende tutto un po’ dispersivo, non concedendo il tempo di mettere insieme le informazioni che fanno, della storia, un’esperienza veramente immersiva per lo spettatore. Il film si suddivide chiaramente in due momenti distinti, ma in entrambi i casi ci si ferma un po’ alla superficie.
Alla fine stiamo parlando di una grande storia d’amore, impregnata poi di fatti esterni: la vita che conducono i personaggi, lo scenario musicale… Eppure si arriva ai titoli di coda con l’impressione che non si sia conosciuto tutto dei protagonisti. Non sto parlando dell’interpretazione di Cooper e Lady Gaga, che hanno fatto un ottimo lavoro a mio avviso. Intendo dire che si continuano però a vedere… un bravissimo Bradley Cooper e una bravissima Lady Gaga, appunto. Sembra quasi che non abbiano il tempo tecnico di mostrare quanto abbiano potuto scendere più a fondo nella psicologia di Jackson Maine e Ally. Non è colpa della sceneggiatura (sempre ad opera del regista) e neppure degli interpreti, secondo me. E’ proprio una gestione del ritmo un po’ incerta. Naturalmente è perdonabile, è il primo film di questo regista ed è evidente che lo sforzo per dare il meglio di sé c’è, eccome se c’è!
Mi rimane semplicemente il dubbio che potesse avere più potenziale. 
So che ci sono moltissime persone che invece direbbero il contrario, vi sto solo raccontando la mia e giuro che avrei voluto che mi arrivasse all’anima come è accaduto ad altri!
In ultimo, ho trovato molto apprezzabile la filosofia di fondo che il protagonista cerca di trasmettere alla ragazza (il concetto secondo cui non è solo la voce, ciò che rende potente una canzone o un artista, ma anche e soprattutto ciò che ha da dire) ma mi è dispiaciuto vedere che non ha trovato poi molta coerenza nella storia. Come è possibile che un credo così forte non ritrovi poi applicazione nelle azioni di Maine? Oppure, ancora, c’è un reale motivo che lo spinge a non farlo? Rimane anche qui un vado senso di irrisolto.

Quello che invece mi è piaciuto molto è stato il modo in cui Libatique ha saputo accompagnare le riprese in condizioni diversissime tra loro, utilizzando sapientemente le luci in modo tale da far sentire il pubblico tanto sul palco insieme a Cooper, quanto in uno studio di registrazione con Lady Gaga. Vorrei dire di più su questo argomento per quanto riguarda l’evoluzione dell’uso dei colori delle luci ma finirei per spoilerare… Insomma, in ogni caso, un gran lavoro!
Stesso si può dire (e grazie tante!) della colonna sonora: vi propongo QUI “Shallow“, canzone icona della pellicola, accompagnata da un video che… se posso permettermi di dirlo, mi ha toccato il cuore più del film stesso, complici il montaggio e la voce d’angelo metallico che solo lei può avere!

Che stupisce piacevolmente, poi, è vedere il modo in cui i due protagonisti sono entrati con preparatissima nonchalance in quello che è solitamente il campo d’azione dell’altro. Cooper riesce a cantare bene senza abbandonare il personaggio, mentre Lady Gaga convince soprattutto nelle scene più drammatiche. Anzi no, anche su quelle più comiche. Non lo so, non ne sono sicura, perciò ci ho riflettuto e sono giunta a una conclusione: il suo personaggio parte da una situazione in cui la drammaticità è poco presente, se non in maniera accennata e silenziosa, perciò la pellicola parte con la sua presenza che forse distoglie un po’ l’attenzione dal plot. All’inizio pensi più al suo volto, così strano per Hollywood e così magnetico, splendidamente imperfetto e pensi “Cavolo… wow! Mi piace ancora di più così, perché si sta mettendo a nudo”. Ma questo viso così marcato fa anche sì che l’espressività che porta con sé sia qualcosa a cui non siamo cinematograficamente abituati, una nuova armonia più impositiva. E così si passa il primo quarto di film (complice il ritmo confuso che, come dicevamo, non sa tirare veramente “dentro” il pubblico) a valutare il suo modo di recitare. Sono certa che sia capitato a tutti quelli che hanno visto questo film. Quando poi la sua bravura è assodata e inconsciamente abbiamo accolto il suo modo di recitare e la sua mimica, si apre un mondo di emozioni. Peccato davvero che sia stata un po’ castrata!

(continua dopo la foto)

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Alla fine, insomma, consiglio di vedere questo film oppure no?
Ma certo che sì! Complessivamente comunque non gli darei un voto inferiore al 7 e mezzo, quando lo prendevo a scuola ero felice perciò penso che possa essere un bel risultato! Scherzi a parte, certo che va visto. Perché è una bella storia, un amore intenso, una semi favola moderna e soprattutto è un lavoro coraggioso in cui lanciarsi per la prima volta, tanto per Cooper alla regia e come cantante, quanto per Lady Gaga come attrice protagonista (l’avevamo già vista in American Horror Story : Hotel, ma qui è un’altra faccenda, mostra la sua umanità e si distacca dal look a cui siamo abituati).
Però, se posso permettermi di darvi un consiglio, andateci con più leggerezza di quanta ne abbia avuta io: non fatevi aspettative troppo ingombranti, forse lo apprezzerete di più.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

 

 

 

Out of Office : l’inaspettata poesia di Torino

Se devo essere sincera, probabilmente non avrei mai pensato di dirlo: Torino sa essere speciale. L’ho sempre percepita come una città che per certi versi voleva un po’ imitare Milano e invece mi sono dovuta ricredere: ha una personalità tutta sua!

Le piazze del centro, i ponti sul Po, gli ampi portici che la distinguono, la Mole che sembra curiosamente un palazzo sprofondato nel terreno e di cui emerge solo la punta…
Ho trovato molti più spunti di bellezza di quanti me ne sarei aspettata. Ma del resto viaggiare è bello per questo: sai quello che lasci, ma non sai quello che trovi!

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Benvenuti a Torino

Certo non è una città che passa inosservata anche solo per sentito dire: è tra le più popolate d’Italia ed è conosciuta in tutto il mondo per essere la culla di un marchio di cui in questi giorni di parla moltissimo, FIAT.
Ci sarebbero altri mille motivi che potrei elencarvi, ma io sono qui perché voglio parlarvi di emozioni e non per sembrare una brutta copia di Wikipedia! E poi, la storia, viene fuori con prepotenza già dai suoi muri, dalle strade, dall’aria che si respira in centro!
Ci sono tanti scorci che mi hanno fatta fermare ed innamorare, a dispetto del tempo che stringeva, del temporale che minacciava di arrivare, della voglia di continuare a pedalare (eh sì, Torino me la sono girata in bicicletta!) per scoprire ancora qualcosa in più… Ci sono attimi che non ho voluto fotografare apposta, affidando loro il compito di farmi mentalmente da “puntina” per fermare un promemoria con scritto a lettere cubitali: TORNARE PRESTO QUI!

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Non perdetevi assolutamente…

Il Museo Nazionale del Cinema! Si trova all’interno della famosissima Mole Antonelliana, perciò già solo per questo non potete non visitarlo. Inoltre è un museo strutturato in maniera molto intelligente e adatto a tutti: i più appassionati potranno trovare innumerevoli informazioni che riguardano anche gli aspetti più tecnici della nascita e conseguente sviluppo di quest’arte. Per chi invece preferisce dedicare alle nozioni meno attengione e immergersi nella parte ludica e interattiva delle stanze dedicate ai set, è possibile comunque farsi un’idea generale della storia del cinema grazie agli highlights segnalati da una targhetta rossa qua e là vicino alle teche!
Io ci ero già stata un paio di volte, perciò mi sono concessa il lusso di saltare la parte della lettura e di correre a vedere la zona che vede esposti costumi, copioni, modellini… che meraviglia! Il cinema è davvero un mondo magico!

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Provate questo albergo!

Più che altro è un palazzzo che ospita più di 6 piani di splendidi appartamenti, arredati con gusto moderno e minimal ma in cui la parola d’ordine è accoglienza.
Benvenuti alle Duparc Contemporary Suites!
Si chiama così proprio perché situato di fianco al Parco del Valentino, tanto da poterlo raggiungere in 5 minuti a piedi. Nessun comfort manca qui, neppure la Spa in cui mi sono fatta coccolare con un massaggio rilassante che mi ha letteralmente fatta rinascere!
Il personale gentilissimo ha messo a disposizione anche le biciclette con le quali ho girato la città: scelta azzeccatissima perché mi ha permesso di raggiungere tutti i luoghi che volevo visitare e mi ha consentito di fermarmi a fare fotografie tutte le volte che qualcosa mi ispirava, senza il problema di dover cercare parcheggio o anche solo dover togliere il casco. La prima, giunta stanca da una giornata di lavoro a Milano e dal viaggio nel traffico subito dopo, ho cenato nel ristorante Duparc all’interno dell’albergo: delizie di ispirazione territoriale e non, sono state la degna conclusione di quella giornata piena di splendide emozioni! Duparc Contemporary Suites è senza dubbio il luogo ideale per alloggiare quando si è a Torino, sia per la comodità dell’essere vicini al centro sia per la pace che però regna in quel punto. Che la ragione del soggiorno sia una visita turistica o una trasferta di lavoro, questo albergo sa rispondere impeccabilmente e prontamente alle esigenze di entrambi!

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Andate a mangiare qui!

Io sono golosa e non me ne vergogno. Anzi, se mi si togliesse questo vizio non sarei più io! Così mi piace scoprire posticini dove andare a mangiare, magari con il valore aggiunto di godersi contemporaneamente le bellezze architettoniche della città in cui mi trovo!

Se quello che cercate è un posto speciale dove sognare e mangiare buon cibo, senza dubbio da Bomaki lo troverete: situato sul lungo Po, a pochi centimetri dall’acqua del fiume che scorre pigramente passando sotto i ponti che si vedono in lontananza, qui si respira aria di Brasile e si mangia con le bacchette del Giappone. Colori, sapori ed atmosfera sono una combinazione perfetta che vi farà finalmente pensare che una cena può durare tranquillamente più di due ore. E sapete perché? Perché vi sentite a vostro agio. Ve lo posso assicurare, la gentilezza del personale e i loro consigli vi faranno ritrovare in una condizione di totale relax che non avreste pensato.
E se non siete degli amanti del sushi non fatevi scoraggiare! Io ho provato anche le tortilla con picanha tagliata a strisce e vi posso dire che è altrettanto squisita.
Cosa vi consiglio di mangiare: gli uramaki di Cobia, un pesce ancora poco diffuso e dal sapore delicato.
Cosa vi consiglio di bere: il loro gin tonic con tonica ai fiori di ibisco. Buono e profumatissimo!
Dove vi consiglio di parcheggiare: loro si trovano in una zona pedonale non accessibile in macchina perciò vi conviene cercare posteggio in via Maria Vittoria, appena sopra!

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Adoro i posti in cui ti senti in famiglia. Che poi… io non sono certo figlia di grandi mangiatori di polpette purtroppo, ma in un mondo ideale le si proporrebbe anche a colazione, per me!
Mi sono sempre piaciute moltissimo e crescendo non è cambiato l’amore che provo per questi piccoli gioielli culinari. Da Polpetteria Norma troviamo 3 categorie principali: quelle di carne rossa, quelle di magro e quelle di pesce. A queste si aggiunge poi una lista di dolci breve ma veramente ben fatta.
Non potevo non assaggiare quelle di vitello con salsa tonnata… e non potevo non assaggiare quelle di pesce… e non potevo non assaggiare quelle con sugo… ok, insomma, le ho passate a rassegna praticamente tutte, ad eccezione delle polpette con melanzane alle quali sono tristemente allergica (che però mi dicono essere deliziose). Ma quello che mi ha fatto innamorare è stato lo spaghettone alla Lilli e il Vagabondo: le polpette con gli spaghetti sono la fine del mondo e i loro sono ricchi di sugo corposo che ti costringe a fare scarpetta alla fine. Non si può proprio non fare altrimenti.
Cosa vi consiglio di mangiare: scegliere è difficile, perciò meglio non farlo. Con la loro formula di degustazione avrete una selezione di 3 polpette per tipo!
Cosa vi consiglio di bere: una deliziosa, fresca e rigenerante Baladin stout aromatizzata con pepe.
Dove vi consiglio di parcheggiare: ci troviamo proprio di fronte alla facoltà di Giornalismo e vicino a stradoni in cui non sarà difficile lasciare la macchina.

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  • Poormanger via Maria Vittoria, 36/B e via Palazzo di Città, 26/B (TO)

Estimatori delle patate, unitevi! Avete trovato un posto dedicato proprio a voi! Buone, morbidissime e soprattutto super ripiene, da Poormanger le patate sono il piatto principale e vengono arricchite con gli ingredienti più svariati. Non ci sono solo quelle che trovate in carta ma anche quelle in limited edition della settimana e quelle del mese. Io ne ho provata una con salmone marinato da leccarsi i baffi.
Tra le due location, quella più romantica è sicuramente quella nuova che si trova in via Palazzo di Città, il luogo ideale dove fermarsi all’ombra ristoratrice dei portici dopo una passeggiata nelle vie storiche di Torino oppure un giro in bicicletta, proprio come ho fatto io. Il nome azzeccatissimo parla di cucina povera ma vi assicuro che i sapori che troverete qui, sono tutt’altro che poveri!
Cosa vi consiglio di mangiare: non parliamo di patate qui, perché quelle è impossibile che non attirino qualcuno già di per sé. Vi consiglio allora di mangiare senza dubbio la crumble con pesche a fine pasto. Ah se solo potessi averne una fetta ora…
Cosa vi consiglio di bere: le birre artigianali che spillano al momento, che domande!
Dove vi consiglio di parcheggiare: per quanto riguarda via Maria Vittoria, come vi dicevo prima non c’è problema di trovare un buco per la macchina. Per quanto riguarda Palazzo di Città, invece, potrete trovarne di numerosi al di fuori della zona storica, ma il mio suggerimento rimane quello di godervi due passi, perché le emozioni che vi restituirà questa esperienza sono davvero impagabili!

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Ci vediamo prestissimo, ma dove non lo so… 😉

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografia portrait a cura di Franca Bergamaschi
Food photography & fotografia d’ambiente a cura di Micol Uberti