Il pianto di Parigi

Con tante pietre e tanti giorni
Con le passioni secolari
L’uomo ha elevato le sue torri
Con le sue mani popolari
E con la musica e le parole
Ha cantato cos’è l’amore
E come vola un ideale
Nei cieli del domani

Veder crollare quella guglia è stato un colpo al cuore.
Ci sono storie che entrano nella nostra vita in un momento così particolare, da sembrare quasi un curativo che stavamo solo aspettando che arrivasse.
Per me, il Notre-Dame de Paris di Victor Hugo, è stato così.
Non starò a raccontarvi da cosa mi ha “salvata” e cosa ha significato per me, ma vorrei ricordare come lo ha fatto, raccontandovelo ora.

Ricordo che già da bambina amavo il cartone animato, ma non più di quanto potesse affascinarmi la figura di Esmeralda che viveva libera, allegra e irriverente con la sua capretta Djali in giro per la città.
E’ stato dopo, a 14 anni, che il Notre Dame ha deciso che era giunto il momento di installarsi stabilmente nel mio cuore, grazie al musical di Riccardo Cocciante, lo stesso musical che fino a qualche mese prima non avevo voglia di ascoltare neppure per 5 minuti perché temevo che fosse noioso.
Ah, quanto mi sarei ricreduta di lì a poco…

E così cominciai ad amarlo talmente tanto, da voler imparare a cantare per potermi muovere anche io dentro a quelle melodie così splendide e armoniose, dentro quelle sonorità piene, vive…
Cominciai ad amarlo così tanto, da andare a passo spedito in biblioteca a prendere il romanzo per leggerlo.
Ricordo ancora che il giorno dopo rimasi a casa da scuola per via di una bella influenza tosta e, forse sarà stato destino, questo mi permise di divorare le pagine e finire la lettura in soli 6 giorni. Quanto vuoto mi portai dentro, una volta arrivata alla fine…
Un vuoto inaspettato, perché conoscevo già a menadito la storia, ma così insopportabile da spingermi a restituire il libro e prenderlo nuovamente, in lingua originale stavolta.
E poi ancora in inglese. Non mi bastava MAI.

Sono già andata 3 volte a teatro a vedere questo musical, so a memoria tutti i suoi brani in 4 lingue diverse e saprei riconoscere la voce di un membro del cast ad occhi chiusi.
Eppure non sono mai riuscita a vedere la cattedrale dal vivo.

Sono d’accordo con quanto ha detto Vittorio Sgarbi poco fa ai microfoni di RTL, qui potete leggere il discorso riportato.
Sono d’accordo con lui, ma devo essere onesta con me stessa e non tradire le emozioni che ho sentito vibrarmi dentro quando ho guardato le immagini di Notre Dame su internet e in televisione, perché il mondo dei significati è una dimensione che non si può banalizzare o semplificare.
Veder crollare quella guglia è stato un colpo al cuore.

Testo a cura di Micol Uberti
Vignetta via web
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New look : non è mai troppo tardi per cambiare!

Tra pochi, anzi, pochissimi giorni sarà il mio ventinovesimo compleanno.
Non è forse un motivo più che valido per cambiare un po’ look?
Io direi proprio di sì e infatti è esattamente ciò che ho fatto martedì scorso…

I capelli lunghi mi avevano stufata. Sono belli, certo, ma richiedono moltissime cure anche nello styling. Il tempo a volte scarseggia e poi sul mio viso io vedo meglio le mezze lunghezze. Così ci ho dato un taglio.
Naturalmente affidare questo compito alla persona giusta è fondamentale e tra me e Grazia c’è stata subito un’intesa pazzesca… Infatti il risultato è semplicemente eccezionale!
Quindici centimetri fa avevo la chioma spenta ed ora invece è leggera e luminosa.
Insomma, sento di aver fatto la scelta giusta, anche se ci ho pensato e ripensato su più volte.
Ma alla fine, l’ho capito: non è mai troppo tardi per cambiare!

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Testo e fotografia

a cura di Micol Uberti

Bohemian Rhapsody: biopic sui Queen o quadro di emozioni di Freddie Mercury?

Ci sono leggende destinate a vivere per sempre, ma anche a non essere mai conosciute per intero. Ci sono leggende che ci lasciano insegnamenti, moniti, racconti.
Altre, ci lasciano colori, visioni ed emozioni.
Freddie Mercury è la più grande di queste.
Ma quanto il film Bohemian Rhapsody a lui dedicato e da poco nelle sale, gli ha reso veramente giustizia?

Dopo aver aspettato cinque interminabili giorni, finalmente sono riuscita ad andare a vedere questo biopic dedicato a quello che per me è il cantante migliore in assoluto mai esistito sulla faccia della Terra. Lo amo moltissimo, amo lui e ciò che ha saputo fare con la propria voce, e non parlo solo di canzoni che mi tatuerei addosso dalla prima all’ultima. Parlo dei confini che ha valicato, parlo delle mareggiate di vita con le quali ha travolto (e travolge ancora) le persone, parlo dei segni indelebili che ha lasciato nel mondo.
Capite bene che, per me, ieri è stato come andare a un appuntamento importante: tutto il giorno non ho fatto altro che ascoltare il repertorio dei Queen e rileggere le loro biografie. Poi sono entrata in sala e si sono abbassate le luci.

Il film comincia e ci accompagna rapidamente nella fase di formazione della band anglosassone e ci presenta i personaggi principali senza soffermarsi troppo a raccontarci qualcosa di più su di loro. Questo trend, rimane invariato fino alla fine del film.
Tutto è un tributo a Farrokh Bulsara e a come è diventato poi Freddie Mercury.
Tutto è un tributo… emotivo, però.
Non si può certo dire che a livello tecnico e artistico, non sia un gran film!
Il regista Bryan Singer (che, anche se non accreditato, è stato poi sostituto da Dexter Fletcher per l’ultima fase di lavorazione) ha fatto un ottimo lavoro, davvero: splendide le sequenze, azzeccatissime alcune scelte stilistiche che riportano inevitabilmente alla mente i colori e i gusti sfarzosi del protagonista e dell’epoca (il film racconta del periodo che va dal 1970 al 1985), gli attori nella maggioranza dei casi sono molto simili ai loro corrispondenti reali. Ma non si può pensare che degli amanti dei Queen passino sopra a certi errori madornali. E anche chi non è così tanto legato a questo quartetto, troverà secondo me insoddisfacenti alcune caratteristiche di Bohemian Rhapsody.
Il problema è proprio nell’aspetto storico del racconto e nella connotazione semplicistica che è stata data troppo spesso al racconto. 
Guardi il film e hai l’impressione che, una volta ottenuto il consenso da parte di chitarrista e batterista della band, il regista e sceneggiatore si siano guardati in faccia e si siano detti: “Fico! E mò?”. Certo, tutte le varie vicissitudini che ci sono state durante la fase di scrittura e pre-lavorazione del film, non hanno certo contribuito a lavorare in serenità… May e Taylor hanno pure fatto un po’ di questioni selezionando cosa volevano che si sapesse e cosa no… Sacha Baron Cohen ha mollato il cast rifiutando il ruolo di Freddie dopo che era già stata annunciata la sua presenza…
Un bel casino.

Insomma, regista e sceneggiatore, come dicevamo, erano decisamente Under Pressure.

Appare evidente agli occhi di chiunque, infatti, che tutto il contenuto è stato pesantemente romanzato. Emergono le emozioni di Freddie, che Rami Malek interpreta con una bravura e una precisione impressionanti, tanto da far provare gli stati d’animo allo spettatore. Emergono le emozioni di Freddie, ma tutto il resto rimane un insieme di personaggi-cartonato sullo sfondo. Sarà forse che si è voluto che fossero solo delle rappresentazioni umane del modo in cui Mercury li viveva?
C’è la bella, c’è il cattivo, c’è il tenero… Ok, ma mica siamo in un film di Sergio Leone, qui!
E’ tutto troppo favolistico e i personaggi sono troppo “sproporzionati” nella loro rotondità, per essere considerato credibile. Complimenti per la riproduzione perfetta dei dettagli visivi del concerto, famosissimo (e quanto avrei voluto esserci…) del Live Aid: i bicchieri di birra e Pepsi sul pianoforte non sono passati inosservati a molti, le movenze feline di Freddie sul palco sono impeccabili, la scaletta del concerto è ovviamente identica.
Ma questo non è abbastanza e lo dico con sincero dispiacere.

Perché avrei preferito dirvi che l’entusiasmo con cui sono entrata al cinema era raddoppiato quando ne sono uscita… ma non è così.

Nonostante questo, ci sono anche dei lati positivi, è naturale!
Come già detto, Rami Malek è riuscito a rendere molto molto bene l’idea di ciò che è stato il modo in cui Mercury ha vissuto la sua, come gli predice Mary Austin (interpretata da Lucy Boynton), difficile vita. Quegli occhi immensi ed espressivi e quell’agilità nel passare dalla totale euforia alla più profonda solitudine senza mai eccedere… Quel modo di gestire il proprio corpo alla perfezione… Fantastico.
Molto apprezzabili anche alcune chicche che chi conosce bene i Queen avrà certamente notato: dal quadro di Marlene Dietrich (a cui la band si ispirò per girare la celebre sequenza con i loro volti illuminati su sfondo nero nel videoclip promozionale di Bohemian Rhapsody), all’easter egg – ATTENZIONE! QUI C’è UN PICCOLO SPOILER! – che vede la presenza del mitico Mike Myers che fa tributo al celebre film Fusi di Testa, che uscì nelle sale pochi mesi dopo la morte di Freddie Mercury e in cui la scena più celebre in assoluto si svolge proprio sulle note della canzone che dà il titolo al biopic di cui parliamo oggi in questo articolo.
OK, LO SPOILER è FINITO!
Alcune scene, poi, sono state costruite davvero a regola d’arte.
Il giorno prima che andassi a vedere il film, ci andò il mio migliore amico, che in pausa mi scrisse un messaggio: “Poco fa mi sono commosso”. Non ho voluto chiedere per quale motivo, perché non volevo togliermi l’effetto wow della pellicola.
Ma quando ieri mi sono trovata davanti allo schermo ho capito perfettamente a quale scena si era riferito poche ore prima. Certo, nel caso mio e della persona in questione, tutto è amplificato dalla passione smisurata per questa band (ecco, lui sì che li ha tatuati addosso sul serio), ma sono pronta a scommettere che il modo in cui Freddie racconta a Mary Austin di aver capito i propri orientamenti sessuali toccherebbe chiunque.

Ma quindi, in fin dei conti, vi consiglierei di vedere questo film oppure no?
Solo se avete voglia di ricordare un mito intramontabile, rimanendo disposti a chiudere un occhio (no anzi, facciamo tutti e due…) sulla non corrispondenza con i fatti veri, e ad aprire invece il cuore, come ho fatto io. Aprirsi al mondo non significa solo lasciar andare ciò che si ha dentro, ma anche e soprattutto imparare a saper accogliere ciò che ci arriva da fuori, senza ragionarci su troppo. Solo in questo modo potrete essere in sintonia con ciò che Freddie dice riguardo alla sua Bohemian Rhapsody, che nessuno comprendeva inizialmente:
La vera poesia è per l’ascoltatore.

Rami Malek (Freddie Mercury) e Lucy Boynton (Mary Austin)
in una scena iniziale del film

(da destra) Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon),
rispettivamente batterista e bassista della band

Una scena di assolo alla chitarra di Gwilym Lee (Brian May),
un altro interprete incredibilmente somigliante all’originale

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Milano e il cinema: la settima arte come non l’avete mai vista.

Eterna indecisa, se in questo momento mi si chiedesse se preferirei portarvi con me a fare due passi per le strade della mia città oppure se mi andrebbe di più di farvi sedere su una comoda poltrona a guardare un bel film, non saprei cosa scegliere.
E allora faccio entrambe le cose e vi porto con me a Palazzo Morando, alla scoperta della stupenda mostra Milano e il cinema.

Quando si pensa alla settima arte, la prima città italiana a cui si pensa è Roma.
Cinecittà, del resto, è una parola che abbiamo sentito almeno mille volte nella nostra vita ed è un posto che è un mito per tutti noi. Ad alcuni potrebbe invece venire in mente la romantica Venezia e non a torto, dal momento che si svolge la celebre rassegna internazionale ogni anno a fine estate. Noi milanesi non ci offendiamo se non fate il nome della nostra città, ma bisogna dirlo: Milano ha avuto (ed ha ancora oggi) un ruolo importantissimo nell’industria cinematografica e c’è una lunga lista di pellicole a testimoniarlo. Dal più datato Siamo tutti milanesi al più recente Chiedimi se sono felice con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Ad esempio, la scena in cui questi ultimi giocano a pallone con un poliziotto in una notte d’estate, usando la statua di un santo come canestro, è stata filmata in Piazza Mercanti, appena di fianco a Piazza Duomo! 
Questa mostra mi è piaciuta molto per il modo semplice ma approfondito in cui accompagna il visitatore all’interno del viaggio che racconta. Milano, infatti, ha vissuto periodi di sentimenti contrastanti grazie al cinema. Nessuna tappa, in questa esposizione, viene dimenticata ed uno spazio molto ben fatto è dedicato anche al fumetto e al mondo dell’animazione: sapete che La linea è un personaggio nato dalle mani di Osvaldo Cavandoli, cresciuto a Milano. Pensate che è stato anche disegnatore tecnico all’Alfa Romeo! 
La mostra sarà presenza nella splendida cornice di Palazzo Morando, che si trova in via Sant’Andrea, nel cuore del quadrilatero della moda. Impossibile non passarci almeno una volta in questo periodo di Natale, non fosse altro che per ammirare le bellissime vetrine addobbate! L’esposizione sarà disponibile fino al 10 febbraio 2019 e vi aspetta con un’ampia selezione di fotografie dai set, scatti rubati alle grandi celebrità del passato, come Vittorio de Sica, Lucia Bosé e tanto altro materiale che vi faranno appassionare a questo magico mondo, che per me è un Grande Amore da sempre!

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Riprese sulle sponde del Naviglio Grande

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Una bellissima Sophia Loren alla guida di un’auto d’epoca

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Gli spazzacamini di Miracolo a Milano

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Una famosa scena tratta da
Totò, Peppina e la malafemmina

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Gli effetti speciali dell’epoca… tutto olio di gomito!

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Indimenticabile Diego in Eccezzziunale veramente

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Testo e fotografia
a cura di Micol Uberti

La mafia uccide solo d’estate (ma strappa la vita ogni giorno, anche in inverno).

Esattamente cinque anni fa, il 28 novembre 2013, nelle sale cinematografiche italiane usciva un film destinato a diventare un grandissimo successo e ad accogliere il favore della critica più disparata.
Opera prima di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif, La mafia uccide solo d’estate è molto più di una semplice commedia e molto più di un ritratto della realtà drammatica della Sicilia degli anni ’80.

Che poi, dico anni ’80 per fare una media: la pellicola (in cui nulla, dai costumi agli arredamenti, alle auto, alle espressioni parlate, è lasciato al caso) comincia nel dicembre del 1969 e si conclude a fine anni ’90, all’incirca.
Non è una questione di pignoleria, questa specifica. In un film come questo, la temporalità è fondamentale. Ci troviamo di fronte ad uno spaccato della vita quotidiana della Sicilia che, in quel periodo storico, si vedeva continuamente dilaniata dagli attentati della mafia. Avrete già capito, dal modo in cui scrivo, che questo film mi è piaciuto parecchio. Avete capito bene! E’ proprio così!
A dispetto di quanto abbia letto in alcune recensioni, che lo hanno definito irrispettoso per la leggerezza con cui vengono raccontati i fatti di Cosa Nostra, io l’ho trovato estremamente delicato. Leggerezza e delicatezza sono ben diversi dalla superficialità.
In fin dei conti, le vicende sono vissute dallo spettatore, per la maggior parte del lungometraggio, attraverso gli occhi di un bambino. Un bambino, Arturo Giammarresi, con grandi sogni e grande confusione rispetto all’impetuosità con cui si susseguivano le tragedie dell’epoca. Concepito nella notte della strage di Via Lazio, il suo destino era già segnato. Gli stratagemmi che il regista (che in questo caso è anche attore, voce narrante e fonte di ispirazione principale per la scrittura del protagonista) utilizza per raccontare ciò che stava accadendo, a mio parere, sono pura genialità.
Vi propongo una scena che mi ha colpito particolarmente.
Guardate QUI in che modo, il mitico Pif, accompagna lo spettatore nell’introduzione all’attentato del 23 maggio 1992 a Giovanni Falcone, nella strage di Capaci.
Credo sia stata la sequenza che più mi è rimasta impressa. Unisce alla perfezione la freddezza con cui Riina uccide un uomo, l’impatto sonoro dell’esplosione della bomba distoglie bruscamente l’attenzione dalla visione di una quotidianità che tutti noi viviamo (una persona, seduta su una poltrona che guarda la televisione nel proprio salotto…) e ci sbatte, senza chiedere permesso, in una realtà che lacera l’animo umano. 
In poco più di 1 minuto di riprese, si vive con chiarezza (anche se, naturalmente con meno intensità) lo stato d’animo dei siciliani. Un’angoscia che si estendeva un po’ in tutta Italia. Ma ad avercele vicino, certe piaghe, è diverso.
Un’altra trovata azzeccatissima è l’intervista che Arturo riesce a strappare a Carlo Alberto Dalla Chiesa: la prima di una lunga serie per il primo e l’ultima per sempre del secondo. Un simbolico passaggio di testimone estremamente morbido e aspro al tempo stesso.
Parliamo un po’, invece, degli intrecci che stanno dietro alla cinepresa?
Perché secondo me, l’ottima riuscita di questo film è data anche dal perfetto equilibrio e dalla profonda stima reciproca che si è instaurata nel corso degli anni tra i componenti del cast, sia tecnico sia artistico.
Tutti noi conosciamo Pif per la sua partecipazione a Le Iene ed altri programmi televisivi, ma pochi sanno che è figlio d’arte (suo padre Maurizio è regista) e che la sua passione per il cinema lo porta, nel 2000, a fare da aiuto regista al collega Marco Tullio Giordano ne I cento passi. Qual è uno degli interpreti più bravi di quella pellicola? Claudio Gioè, che ritroviamo anche in La mafia uccide solo d’estate nei panni di Francesco, giornalista che spronerà il giovanissimo Arturo ad inseguire i suoi sogni. Se pensate che sia questo l’unico intreccio dietro le quinte che lega queste due pellicole, vi state sbagliando: anche il direttore di fotografia, infatti è lo stesso: stiamo parlando di Roberto Forza, scelto da Pif anche per il suo secondo film come regista, In guerra per amore.
Ok, ma invece la coprotagonista Cristiana Capotondi salta fuori dal nulla, non c’è nessun collegamento, direte voi. Non proprio. Se infatti ora è un’attrice affermata (e, a mio parere, molto brava) è grazie al film che l’ha fatta finalmente conoscere definitivamente al grande pubblico, il celebre Notte prima degli esami. Ve la ricordate al fianco di Nicholas Vaporidis? I due ragazzi, che poi sarebbero diventati anche una coppia nella vita reale, erano diretti da Fausto Brizzi, che si è occupato della regia di Pazze di me, dove Pif interpretava un improbabile filosofo innamorato della sorella più svampita (Marina Rocco) del protagonista (Francesco Mandelli). Se non lo avete mai visto, mi sento di consigliarvelo: fa morire dal ridere e non potrete non amare Loretta Goggi nei panni di una madre pazza e… decisamente impositiva.

Questa volta non ho consigli da darvi, prima di guardare questo film, nel caso non lo aveste ancora fatto… Non me la sento di mostrare così poca umiltà.
Anche perché mi trovo pienamente d’accordo con ciò che ha detto Roberto Saviano dopo averlo visto: “E’ un esperimento dolce e allo stesso tempo un racconto drammatico”.
E’ proprio così, parla di una realtà che mi è stata raccontata dai miei genitori, che ho letto sui libri di storia, di cui mi sono fatta un’idea ben precisa (credo… forse la verità non si saprà mai) ma che non ho potuto vivere in prima persona. 
Sono nata il 22 dicembre 1989, ero troppo piccola per ricordarmi certe cose.
So solo che il 19 luglio di tre anni dopo, il 1992, fu il giorno in cui perse la vita Paolo Borsellino, nell’orrenda strage di via d’Amelio, e che mia madre mi portò nella chiesa della nostra parrocchia e mi disse “Andiamo a dire una preghiera per due signori (per lei tutt’oggi, così come per tantissime persone, Falcone e Borsellino erano una cosa sola… e sono sicura che fosse così – ndr) che non ci sono più e hanno fatto tante cose buone per l’Italia”. Forse è per questo che la scena finale, che trovate QUI, di La mafia uccide solo d’estate mi è sembrata così vicina a me, alla mia vita, alla mia storia…
E sempre per questo ci tengo a concludere questo articolo riportando la frase che recita il Pif, perché possa essere letta e riletta, per capirne la profondità.

“Quando sono diventato padre, ho capito che i genitori hanno due compiti fondamentali.
Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo.
Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.”.

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Il giovane Arturo (un bravissimo Alex Bisconti) è appassionato di giornalismo…

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…e di Giulio Andreotti.

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Qui Alex a fianco di Claudio Gioè
Quest’ultimo, nel 2007, ha ricevuto complimenti da parte dello stesso Riina per il modo magistrale in cui lo ha interpretato nella mini serie tv Il capo dei capi

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Ad interpretare Boris Giuliano, poliziotto e capo della Squadra Mobile di Palermo
ucciso il 21 luglio ’79, è Roberto Burgio

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La bellissima Cristiana Capotondi è Flora,
assistente del sindacalista ed esponente della DC Salvo Lima, ucciso nel marzo del ’92

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Mickey Mouse turns 90!

In principio, fu un topo in un garage.
Chi mai avrebbe potuto pensare che questa accoppiata di elementi avrebbero cambiato la storia del cinema e della cultura mondiali?
Solo un folle. O solo un Sagittario (come me).
Che poi, a ben pensarci, sono la stessa cosa…

Le grandi storie iniziano sempre dalla più balzana delle idee, una di quelle su cui non scommetteresti un centesimo.
E in effetti, i primissimi anni di vita di Mickey Mouse furono proprio così: solitari, incompresi. Dopo mesi di lavoro intenso fatto di ore passate in un garage di notte a creare, disegnare e progettare, il 16 gennaio 1928 Walt Disney e il suo socio Iwerks possono finalmente appendere il fiocco azzurro alla porta del proprio studio. Oddio, diciamo della saracinesca, in questo caso!
E’ nato Topolino.
Ma perché proprio un topo? Perché un uomo che è fatto di fantasia ed ispirazione sa sempre trasformare con l’immaginazione ciò che trova intorno a sé! E così, da dei piccoli roditori che mangiavano briciole in un cestino pieno di bozze scartate e accartocciate nello studio di Disney (lo studio vero, quello che aveva prima di perdere tutto a causa del fallimento di Oswald – il coniglio fortunato), l’idea è arrivata in un lampo. 
Provate a immaginare.
Un tizio osserva qualcosa che potremmo definire semplicemente come il ritratto simbolico della tristezza e della desolazione.
Afferra la matita, un foglio e comincia a disegnare.
E cosa ne esce?
Un personaggio che assomiglia in tutto e per tutto (orecchie a parte, s’intende) a quello che poco prima lo aveva mandato in rovina. Un personaggio che, guarda caso, contrasta ma completa al tempo stesso la star del mondo animato di quell’epoca: Felix the Cat.
Non sembra una gran trovata, eh?
Pensate ora a quanti di voi, come tanti allora, si sarebbero poi mangiati le mani a non aver creduto in quel progetto che appena 4 anni dopo avrebbe fatto vincere un Oscar onorario a Walt Disney! 
A solo un anno dalla sua comparsa sui grandi schermi nel film con sonoro Steamboat Willie, che festeggia oggi 90 anni dalla sua prima proiezione, Topolino è il nuovo fenomeno cinematografico e culturale degli Stati Uniti d’America! Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti lo interpellano. Cioè? Cioè nel 1931 Charlie Chaplin (oh, Charlie…) insiste perché venga riprodotto un cortometraggio di Mickey Mouse prima di ogni proiezione del suo Luci della città. Scusate se è poco!

 

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Ecco qui Oswald, a fianco di Mickey Mouse… trovate per caso qualche somiglianza?

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Naturalmente, nel 1928 Topolino non era così come lo vediamo ora. Il suo aspetto è stato modificato e così anche… gli outfit! Si tratta di escamotage ben costruiti, certo: i guanti bianchi rendono le sue manine più umane. Il motivo per cui, invece, indossa solo pantaloni e niente maglietta ha un significato ben più complesso che trova le sue radici nell’ambito politico, perciò direi di sorvolare…
Oh! A proposito delle sue mani! Sono certa che sarà capitato anche a voi di chiedervi per quale benedettissimo motivo abbia solo 4 dita… Beh, è molto semplice: disegnare solo quel dito in più, porta via innumerevoli ore di lavoro (sembra pazzesco ma è proprio così!) nella produzione dei cartoon. Soprattutto all’epoca, poi, quando ogni animaticreazione era sviluppata dal pugno del disegnatore…
Le eccezioni a questa regola ci sono, certo: soprattutto i personaggi disneiani dalle sembianze più umane ne hanno 5, di dita.
Basti pensare a La sirenetta del 1989 (in cui tra l’altro Topolino fa un cameo).

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Lo so che forse vi ha deluso un po’ il mio sorvolare sull’argomento “pantaloncini” poche righe fa, anche perché devo ammettere che sono fatti curiosi, ma per dovere di cronaca allora dovremmo parlare per ore di queste tematiche! Eh sì, perché anche se può sembrare solo un cartone animato – soprattutto alle persone della mia generazione – la verità invece è che questo personaggio (così come il suo “papà” umano…) è stato fortemente coinvolto nelle vicissitudini politiche che si sono susseguite in periodi caldi come la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio. Considerando anche il fatto che ormai, questo piccolo topo cicciotto, non era più un vip esclusivamente negli States ma grazie alle strisce sui quotidiani era giunto oltreoceano, raggiungendo anche noi in Italia, è facile capire quanto potesse essere strumentalizzato come veicolo di ideali. Tanto da far sì, nel 1942, che la Mondadori venisse costretta a interrompere le pubblicazioni su di lui, sostituendolo con un’improbabile alternativa, dal fantasiosissimo nome Tuffolino.
Lo so cosa state pensando e lo condivido in pieno!
Non tutto il male viene per nuocere, però: è proprio grazie a questa situazione angosciosa che, una volta tornata la libertà di stampa, i pochi soldi a disposizione fanno intuire che forse è più economicamente ragionevole raccogliere le pubblicazioni di Topolino in un libretto, disponibile mensilmente dal giornalaio. 
Voilà, ecco come nasce il formato pocket più amato di sempre, che è diventato successivamente a pubblicazione settimanale!
Sapete che si contano più di 3.000 uscite in questi anni? Wow!

Se non ci credete al fatto che questi numeri siano il simbolo di un vero e proprio cambiamento culturale, allora fatevi un giro su Google e andate a sbirciare sull’Enciclopedia Britannica: rimarrete stupiti nel vedere che la voce “Mickey Mouse” è annoverata tra le sue pagine! Del resto, parliamoci chiaro: se non fosse stato così potente, pensate che un genio come David Bowie si sarebbe scomodato a citarlo nella sua Life on Mars? Pensate forse che l’ONU si sarebbe presa la briga di nominarlo “simbolo internazionale di buona volontà”?
Quante cose che sono accadute in questi 90 anni esatti dalla sua prima apparizione al pubblico! Segni del tempo non ne vedo, anzi, direi che è in gran forma… 
E allora diciamolo.
BUON COMPLEANNO, TOPOLINO!

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Il primo francobollo dedicato a Topolino, è arrivato nel 1970 nella Repubblica di San Marino

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Gaetano Varcavia, voce di Topolino nei suoi film di animazione più celebri,
è scomparso prematuramente a 55 anni. Questo ricordo lo dedichiamo a lui!

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografia via web

 

First Man: il primo uomo di Chazelle è un capolavoro spaziale.

Ho sempre pensato che i film biografici fossero poco coinvolgenti, perché in fin dei conti raccontano qualcosa che è storia e che quindi conosciamo già.
Ma arriva sempre un momento nella vita in cui è necessario cambiare completamente idea… E quel momento è arrivato, sui titoli di coda di First Man.

Se avessi potuto, mi sarei scissa in tante Micol, per avere la possibilità di alzarmi in sala e fare una standing ovation a questo splendido lungometraggio.
Wow, che entusiasmo!
Sì, ragazzi, sì. Stiamo parlando di un vero e proprio capolavoro.
E se sui fatti narrati non si discute, anche perché l’unico che avrebbe potuto farlo (Neil Armstrong, ovviamente) non c’è più, andando a guardare regia e tutto il resto non si può che rimanere a bocca aperta.
Cosa mi ha colpito così tanto questa volta?

E’ evidente, innanzitutto, che il trinomio Chazelle (regia) – Sandgren (fotografia) – Gosling (main character) è semplicemente perfetto.
Non è solo il fatto che ognuno di loro eccelle nel proprio campo, è che… sanno mescolare queste eccellenze. 
Tra l’altro ce ne hanno già dato prova in La La Land, nel 2016, un film che anche qualora non incontrasse i propri gusti personali, appare ugualmente valido a livello tecnico agli occhi di chiunque…
Ma torniamo a noi. Damien Chazelle: un giovane genio che fa della pulizia estetica il punto principale di First Man. Tantissimi primi piani che entrano nell’animo del protagonista, complici gli occhi di Ryan Gosling che sono una finestra spalancata sulle emozioni che sta vivendo, un ritmo che segue alla perfezione lo sviluppo psicologico di Armstrong, un utilizzo centellinato di musiche e un saggio inserimento di silenzi assoluti.
La combinazione di tutti questi elementi rende la pellicola così tanto intimista e calibrata che, ve lo giuro, alla fine dei suoi 141 minuti vi sembrerà di conoscere così bene Armstrong da poter prevedere con certezza cosa sarà della sua vita da quel momento in poi.
Anche senza aver letto i libri di storia.

Film Title: First Man
Non mi stupisce affatto che questo regista si sia legato professionalmente ad un direttore di fotografia come Linus Sandgren: ve ne avevo già parlato bene settimana scorsa, nell’articolo dedicato allo Schiaccianoci della Disney e anche in questo film riconfermo la stima che provo nei suoi confronti. La fotografia di questo film è semplicemente eccezionale e anche alcune scelte stilistiche hanno aggiunto un valore non indifferente.
Di cosa parlo? Della grana che rende la pellicola un po’ vintage, una vera e propria chicca, che insieme alla ricerca sporadica di andare volutamente fuori fuoco han fatto sì che questo film si avvicinasse davvero al documentario, senza mai oltrepassarne però la soglia e rimanendo quindi uno spettacolo che ci fa capire che è tutto ben studiato.
E’ proprio quello slancio di creatività di cui, spesso, il cinema ha tanto bisogno!

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Senza dubbio però, va detto, questo film non sarebbe stato altrettanto potente senza la perfetta espressività trattenuta di Ryan Gosling (che comunque, grazie ad un pianto viscerale che strappa il cuore, mette bene in chiaro che sa far venire i brividi anche quando gli si chiede di non avere filtri, nella sua interpretazione). Le inquadrature sono la tela su cui questo attore riesce a dipingere le emozioni di Armstrong con pennelli da micropittura, è davvero pazzesco. Basta un movimento impercettibile di un muscolo all’angolo della bocca per far entrare lo spettatore in un tunnel di empatia dove sul fondo appare chiaro ciò che sta pensando il personaggio.
Lungi da me dall’apparire una fan sfegatata di Gosling che dà tutto il merito esclusivamente alla sua bravura! Quel che è giusto, è giusto: aver avuto al fianco una coprotagonista come Claire Foy nei panni della moglie, ha completato il quadro. Da una parte la freddezza e la determinazione sfrontata di lui, dall’altra l’apprensione e la forza d’animo di lei.
Già solo per questo, gran parte dello scenario privato dell’astronauta è ben spiegata!

First Man
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Insomma, sono certa che avrete capito già qual è il mio personalissimo voto per First Man. Esatto: un 10 tondo e pieno.
Ma sì, perché nonostante lo sforzo di cercare di cogliere anche gli aspetti tecnici, è stato in grado di assorbirmi, di lasciarmi qualcosa e di emozionarmi, nonostante la storia fosse già di dominio pubblico e nonostante si trattasse di argomenti lontani da me.

Ma un consiglio, come sempre, vorrei darvelo.
Preparatevi.
Entrate nella sala del cinema e sedetevi comodi su quella poltrona.

Preparatevi a guardare con rispetto questa pellicola e preparatevi ad essere sparati, ogni tanto, in un denso ed inaspettato silenzio.
Vi sembrerà di rimanere appiccicati all’improvviso a una dimensione surreale.

E sono proprio questi i momenti più stupefacenti del film, perché sono quelli che ci mostrano che non esiste universo più sconfinato di quello delle emozioni umane.
Guai a rompere l’incantesimo con un solo rumore.

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Il-Primo-Uomo

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

A star is born

Erano giorni che volevo andare a vederlo: A star is born, diretto da Bradley Cooper, l’ho percepito da subito come una di quelle pellicole da non perdere.
Ora finalmente ce l’ho fatta e…

…e un pochino di delusione me l’ha lasciata.
Facciamo una piccola parentesi descrittiva per coloro i quali non sapessero di cosa stiamo parlando! Tranquilli, nessuno spoiler in vista.
A star is born è, innanzitutto, il terzo remake di un film del 1937 (il quale, tra l’altro, era a sua volta ispirato ad uno del ’32… aiuto!) e questa volta a dirigerne e reimpastare in parte il soggetto è Bradley Cooper. Conosciuto per la sua interpretazione magistrale di American Sniper e soprattutto per essere davvero un gran manzo, qui si cimenta per la prima volta nella regia. “La prima volta” però, non è solo per lui, ma anche per la protagonista del film: Lady Gaga, la mia adorata Miss Germanotta. L’ho sempre amata, per la sua ironia dissacrante che però non sovrasta la sua bravura incredibile, sia come cantante sia come polistrumentista. Ecco, probabilmente la sua presenza, unita alla consapevolezza che fosse Matthew Libatique il direttore della fotografia (tra i suoi migliori lavori: Venom, Il cigno nero, The wrestler), è stato ciò che più mi ha spinta ad andare al cinema e prendere un biglietto per questo lungometraggio (lungo davvero, mi sa perfino un po’ troppo…).

Ma se ci sono state tutte queste premesse positive, cosa mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca? 
Beh, primo fra tutti un ritmo leggermente incostante che rende tutto un po’ dispersivo, non concedendo il tempo di mettere insieme le informazioni che fanno, della storia, un’esperienza veramente immersiva per lo spettatore. Il film si suddivide chiaramente in due momenti distinti, ma in entrambi i casi ci si ferma un po’ alla superficie.
Alla fine stiamo parlando di una grande storia d’amore, impregnata poi di fatti esterni: la vita che conducono i personaggi, lo scenario musicale… Eppure si arriva ai titoli di coda con l’impressione che non si sia conosciuto tutto dei protagonisti. Non sto parlando dell’interpretazione di Cooper e Lady Gaga, che hanno fatto un ottimo lavoro a mio avviso. Intendo dire che si continuano però a vedere… un bravissimo Bradley Cooper e una bravissima Lady Gaga, appunto. Sembra quasi che non abbiano il tempo tecnico di mostrare quanto abbiano potuto scendere più a fondo nella psicologia di Jackson Maine e Ally. Non è colpa della sceneggiatura (sempre ad opera del regista) e neppure degli interpreti, secondo me. E’ proprio una gestione del ritmo un po’ incerta. Naturalmente è perdonabile, è il primo film di questo regista ed è evidente che lo sforzo per dare il meglio di sé c’è, eccome se c’è!
Mi rimane semplicemente il dubbio che potesse avere più potenziale. 
So che ci sono moltissime persone che invece direbbero il contrario, vi sto solo raccontando la mia e giuro che avrei voluto che mi arrivasse all’anima come è accaduto ad altri!
In ultimo, ho trovato molto apprezzabile la filosofia di fondo che il protagonista cerca di trasmettere alla ragazza (il concetto secondo cui non è solo la voce, ciò che rende potente una canzone o un artista, ma anche e soprattutto ciò che ha da dire) ma mi è dispiaciuto vedere che non ha trovato poi molta coerenza nella storia. Come è possibile che un credo così forte non ritrovi poi applicazione nelle azioni di Maine? Oppure, ancora, c’è un reale motivo che lo spinge a non farlo? Rimane anche qui un vado senso di irrisolto.

Quello che invece mi è piaciuto molto è stato il modo in cui Libatique ha saputo accompagnare le riprese in condizioni diversissime tra loro, utilizzando sapientemente le luci in modo tale da far sentire il pubblico tanto sul palco insieme a Cooper, quanto in uno studio di registrazione con Lady Gaga. Vorrei dire di più su questo argomento per quanto riguarda l’evoluzione dell’uso dei colori delle luci ma finirei per spoilerare… Insomma, in ogni caso, un gran lavoro!
Stesso si può dire (e grazie tante!) della colonna sonora: vi propongo QUI “Shallow“, canzone icona della pellicola, accompagnata da un video che… se posso permettermi di dirlo, mi ha toccato il cuore più del film stesso, complici il montaggio e la voce d’angelo metallico che solo lei può avere!

Che stupisce piacevolmente, poi, è vedere il modo in cui i due protagonisti sono entrati con preparatissima nonchalance in quello che è solitamente il campo d’azione dell’altro. Cooper riesce a cantare bene senza abbandonare il personaggio, mentre Lady Gaga convince soprattutto nelle scene più drammatiche. Anzi no, anche su quelle più comiche. Non lo so, non ne sono sicura, perciò ci ho riflettuto e sono giunta a una conclusione: il suo personaggio parte da una situazione in cui la drammaticità è poco presente, se non in maniera accennata e silenziosa, perciò la pellicola parte con la sua presenza che forse distoglie un po’ l’attenzione dal plot. All’inizio pensi più al suo volto, così strano per Hollywood e così magnetico, splendidamente imperfetto e pensi “Cavolo… wow! Mi piace ancora di più così, perché si sta mettendo a nudo”. Ma questo viso così marcato fa anche sì che l’espressività che porta con sé sia qualcosa a cui non siamo cinematograficamente abituati, una nuova armonia più impositiva. E così si passa il primo quarto di film (complice il ritmo confuso che, come dicevamo, non sa tirare veramente “dentro” il pubblico) a valutare il suo modo di recitare. Sono certa che sia capitato a tutti quelli che hanno visto questo film. Quando poi la sua bravura è assodata e inconsciamente abbiamo accolto il suo modo di recitare e la sua mimica, si apre un mondo di emozioni. Peccato davvero che sia stata un po’ castrata!

(continua dopo la foto)

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Alla fine, insomma, consiglio di vedere questo film oppure no?
Ma certo che sì! Complessivamente comunque non gli darei un voto inferiore al 7 e mezzo, quando lo prendevo a scuola ero felice perciò penso che possa essere un bel risultato! Scherzi a parte, certo che va visto. Perché è una bella storia, un amore intenso, una semi favola moderna e soprattutto è un lavoro coraggioso in cui lanciarsi per la prima volta, tanto per Cooper alla regia e come cantante, quanto per Lady Gaga come attrice protagonista (l’avevamo già vista in American Horror Story : Hotel, ma qui è un’altra faccenda, mostra la sua umanità e si distacca dal look a cui siamo abituati).
Però, se posso permettermi di darvi un consiglio, andateci con più leggerezza di quanta ne abbia avuta io: non fatevi aspettative troppo ingombranti, forse lo apprezzerete di più.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

 

 

 

Natura Collistar: il bello della semplicità!

Con gli anni ho capito una cosa: l’aspetto più gratificante della bellezza, è sentirsi impeccabili pur non indossando un filo di make-up. Ma c’è un segreto per riuscirci? Certo! Dare alla nostra pelle tutte le attenzioni che merita, senza mai stravolgere il suo equilibrio. Come fare? Con la nuova linea Natura Collistar!

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Natura Collistar è una gamma completa di prodotti che si distingue per le sue caratteristiche particolari: innanzitutto, i suoi ingredienti sono al 95% di origine naturali e tra questi possiamo trovare frutti sfiziosi come la papaya o il mirtillo, scelti per le loro specifiche proprietà, ed altri componenti vegetali come la stevia di origine italiana che ha poteri antiossidanti riconosciuti. La naturalezza di questi prodotti, però, non finisce qui! Anche la confezione è particolare, essendo fatta con carta riciclata e con plastica 100% vegetale e riciclabile. La sorpresa degna di nota, si trova poi proprio all’interno del packaging: sulla facciata interna, infatti, è possibile trovare un biglietto omaggio che consente l’accesso ad un bene FAI che potrete selezionare dal sito web indicato! E’ un’iniziativa che reputo molto interessante, in quanto Collistar unisce il concetto di bellezza cosmetica a quello di bellezza territoriale e culturale. Non siete d’accordo?

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Parliamo ora delle proposte di Natura Collistar!
Partiamo da quella che mi ha colpita di più?
Si tratta della Crema Essenziale Trasformista! Nome curioso, direte voi… Vero, ma non c’era modo migliore per raccontare in una sola parola ciò che questo fantastico  cosmetico riesce a fare. I suoi componenti, naturalmente, la rendono portentosa già di per sé, ma dal momento che Collistar sa bene che ognuna di noi ha delle esigenze specifiche, ha pensato di creare una crema che potesse essere anche la base per un’ottima maschera viso, se combinata con altri elementi. Io ho provato ad unirla al miele, per un boost di nutrimento. Potevo chiedere di meglio? Altri suggerimenti per creare la vostra “ricetta” ad hoc, la trovate direttamente sulla confezione!

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Troviamo poi la Crema Infuso Prodigiosa, con estratto di papaya, che non a caso viene chiamata “frutto dell’eterna giovinezza”! Dal profumo delicato e dalla consistenza leggerissima, questa crema è adatta a pelli normali e secche e svolge una perfetta azione antiaging. La linea si compone poi dell’Oleo-Essenza Preziosa che rigenera e ripara la cute, con estratto di avocado; troviamo l’Acqua Micellare Bi-Fase con acqua di litchi che tonifica ed idrata contemporaneamente, donando sollievo alla delicatissima pelle del contorno occhi (sapevate che quello è il punto in cui l’epidermide è in assoluto più sottile? Trattatela con amore!). Sempre per la cura di questa zona viso, si può acquistare anche il Balsamo-Gel Contorno Occhi, all’estratto di mirtillo nero, che svolge una tripla azione anti-borse, occhiaie e fatica! Un prodotto immancabile nel beauty case!

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Un altro prodotto di cui mi sono innamorata è il Gel Doccia idratante e rigenerante: l’estratto di crusca di riso va ad agire con estremo rispetto nei confronti della pelle, anche nei casi in cui (come la mia, ahimè!) questa è molto delicata! Addio macchie rosse e sensazione di secchezza cutanea! Questo gel è la soluzione ai problemi di noi meno fortunate!
Per chiudere in bellezza, troviamo un’ultima novità: la Crema Fluida Corpo, con proprietà illuminanti date dal burro di karitè ed olio di girasole. La consistenza leggera, assicura una prolungata idratazione senza andare a creare tensioni alla cute nel momento dell’applicazione!
E voi, avete già avuto modo di provare qualcuno di questi prodotti? Se sì, quale vi è piaciuto di più? E invece, in caso contrario, quale vi attira maggiormente? Lasciate un commento e raccontatemi la vostra esperienza!

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografia a cura di Franca Bergamaschi, Micol Uberti

 

TheFerragnez said YES!

E così il grande giorno è arrivato: Chiara Ferragni e Fedez hanno detto sì!
Amore, lacrime, musica, fiori e tantissima bellezza.
Certe poesie si possono scrivere solo con il cuore!

 

Se pensate di essere inciampati in un sogno, vi state sbagliando: c’è ancora chi sa fare le cose per bene ed in maniera originale allo stesso tempo ed io ho voluto raccontarvi l’emozione che ho provato nel vedere l’amore di due coetanei trionfare ed invadere il web.

L’inizio di questi giorni di festeggiamenti è stato forse un po’ aggressivo, ma come direbbe lo sposo, ora “Il panorama è bellissimo”!

Che voi li abbiate amati oppure li abbiate odiati, difficilmente non avrete sentito parlare di loro… a me personalmente ha divertito vedere i preparativi, forse perché sono una persona impaziente che vive con entusiasmo le attese che scorrono veloci (e questa è stata proprio così).
Il giorno in cui lui ha chiesto la mano di lei, l’ho saputo da mia madre, che mi ha scritto su WhatsApp per raccontarmelo.
Era una giornata un po’ grigia per me e infatti mi trovavo sul balcone con una sigaretta in mano a fissare il vuoto, apatica: a livello personale non stavo vivendo un gran momento e infatti la notizia mi ha un po’ infastidito. Vergognosamente invidiosa di quella favola moderna, ho letto il messaggio, doppia spunta blu, nessuna risposta, ho richiuso la app.

Ora che è passato del tempo e la mia vita si sta decisamente sistemando e rimettendo in carreggiata, devo dire che tutto questo proclamare amore a destra e a manca mi ha riempito di gioia, pur avendo la voce “relazione amorosa” piazzata all’ultimo posto della mia lista personale di obiettivi a breve termine eheheh
Belli come il sole, specchio delle emozioni vibranti che stanno vivendo, simbolo di una vita piena di sfarzo: chi se ne frega se il modo in cui fanno le cose è opinabile, non commento neppure quelle mascotte! 
Ma non si può certo dire che non si stiano godendo ogni cavolo di secondo e di risvolto di uno dei giorni più importanti delle loro vite.
Mi hanno contagiata di allegria e commozione! Ancor più di oggi, per me il top lo hanno raggiunto ieri sera, all’indimenticabile cena pre-wedding a Palazzo Nicolaci

Ma voi ce l’avete qualcuno con cui ridere insieme in questo modo?
Se sì, siete fortunati!

In fin dei conti, tra tante brutte notizie, non abbiamo forse bisogno anche di un po’ di leggerezza? E non è forse sotto gli occhi di tutti che queste persone stanno rivoluzionando tanti aspetti della comunicazione che, ops!, riguarda ognuno di noi? Inutile sprecare tempo a rosicare. Lo fanno con positività e freschezza.
Io non mi sento meno intelligente, a guardare le loro stories compulsivamente per scoprire nuovi dettagli, rispetto a chi si impegna a prendersi del tempo per scrivere un post su Facebook o su Instagram ostentando disinteresse o indignazione nei loro confronti. Non mi sento meno intelligente, mi sento solo più libera. Perché l’invidia rimane sempre la peggiore delle prigioni mentali.

Chiara e Federico si sposano nella splendida Dimora delle Balze a Noto, una bellissima tenuta di fine ‘800 nel cuore della natura siciliana.
L’abito di Dior di lei, il completo Versace di lui, le damigelle raggianti in Alberta Ferretti, il menù firmato dalla famiglia Cerea del celebre ristorante Da Vittorio di Bergamo. Tutto è perfetto. Valentina Ferragni ringrazia Chopard per i gioielli, che non splenderanno mai più dei suoi occhi emozionati, comunque. Il suo (notevole) fidanzato Luca Vezil, cacciato dalla stanza per consentirle la sua sessione di trucco e parrucco, indosserà una elegantissima camicia Karl Lagerfeld.
Già solo in queste due righe c’è da farsi venire il capogiro visti i nomi citati!

Degli addobbi nella location non parlerò della ruota panoramica, preferisco parlare di ciò che mi piace eheheh: gli archi di fiori che hanno incorniciato l’arrivo di sposi e damigelle.
L’abito di lei? Un incanto indiscutibile. Avrei scommesso su una scelta più ridondante, più vistosa. E invece no. E’ semplicemente amore a prima vista, per quanto mi riguarda! Il tocco di classe è il bouquet: delicate margherite che aggiungono eleganza con discrezione, ma che lasciano che sia Chiara la regina del momento! 

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web