Oscar 2021, una serata che passerà alla storia

Che la notte degli Oscar sia tra quelle più attesa dell’anno, ogni anno, è fuori discussione: che sia per sapere chi vincerà, che sia per vedere come sono abbigliati e acconciati gli invitati, che sia per fare un po’ di gossip… è davvero raro trovare qualcuno che sia totalmente indifferente a questa cerimonia storica.
Tutte le nomination sono state svelate proprio nella giornata di ieri e ne abbiamo parlato nelle stories del profilo Instagram @moviesandspaghettitime… ma tutti sappiamo che, al di là di questi passaggi di rito che ci si ripropongono ogni anno, questi Oscar 2021 avranno qualcosa di diverso dal solito… solo le norme anti-Covid?
No! Per fortuna si distingueranno anche per aspetti piacevoli!

statuetta Oscar in primo piano

Quest’anno, infatti, si sta verificando veramente un punto di svolta all’interno della lunga tradizione degli Academy Awards. Non era mai accaduto che una donna ricevesse la nomination per la miglior regia e quest’anno sono addirittura due in lizza per aggiudicarsi la statuetta.
Stiamo parlando di Chloé Zhao, candidata per il suo film “Nomadland” e di Emerald Fennell, per “Promising Young Woman“.

Potere alle donne

Di Chloé Zhao avrete forse già memoria: proprio grazie a Nomadland, in realtà appena il terzo lungometraggio che scrive, dirige e monta, ha ricevuto anche il Leone d’Oro alla scorsa settantasettesima edizione della Mostra internazionale d’arte del Cinema di Venezia, nonché il Golden Globe per miglior film drammatico e quello per miglior regista.
E pensare che tutto è nato dall’incontro casuale della regista con Frances McDorman (protagonista del film e già vincitrice di un Oscar come miglior attrice in Fargo – ndr) durante il marzo 2018, mese in cui le due si sono conosciute in occasione degli Indipendent Spirit Awards… e dopo sei mesi erano già impegnate nella lavorazione di Nomadland.
Emerald Fennell, invece, l’abbiamo conosciuta prima come attrice: è suo il volto di Camilla Shand in “The Crown” ed ha appena 35 anni. Quella con Promising Young Woman? E’ la sua prima esperienza come regista.
Certo il talento era innegabile già da tempo, da quando era stato affidato a lei il delicato compito di sei episodi della già avviata serie televisiva Killing Eve. Questo film è il prodotto di un team di donne eccezionali: vediamo infatti protagonista Carey Mulligan, che ne è anche produttrice esecutiva, e Margot Robbie che produce la pellicola con la sua casa di produzione LuckyChap Entertainment.

Laura Pausini e la nomination per Io sì (Seen)

E poi c’è lei, di cui è sufficiente dire il nome di battesimo per sentir riecheggiare la sua voce e sentire profumo di ragù.
Scusate, ma per me è così… chi più di lei potrebbe farci sentire a casa se ci trovassimo all’estero?
Chi più di lei, nella sua generazione, riesce ad ergersi a baluardo dell’italianità?
Quando ero ragazzina passavo le ore chiusa in camera a cantare le sue canzoni… e se è vero che con il passare degli anni mi sono un po’ allontanata dalla sua musica per avvicinarmi di più ad altri generi, è vero anche che per me lei è sempre l’esempio della donna che vorrei essere, se potessi decidere arbitrariamente in cosa trasformarmi.
La sua forza, la genuinità, il saper “metterci la faccia” sempre, la sua ironia… Laura, ti amo.
Ok e dopo questa dichiarazione d’amore possiamo tornare a noi: la nostra Miss Pausini, quest’anno si porta a casa due enormi soddisfazioni: la vincita del Golden Globe per la Miglior Canzone Originale con “Io sì (Seen)”, colonna sonora intensa ed emozionante del film Netflix La vita davanti a sé con protagonista Sophia Loren, e la nomination agli Oscar sempre per lo stesso brano, disponibile su Spotify e registrato in cinque diverse lingue.
Ci auguriamo con tutto il cuore che a questa doppietta di gioie, che Laura ha splendidamente condiviso sui suoi canali social, si aggiunga anche quello della vincita della famosa statuetta! Ma per questo… dovremo aspettare il 25 aprile.

Ma Oscar… chi è?

Oscar è un uomo d’oro. E’ un uomo speciale. E’ un uomo qualunque. E’ semplicemente un simbolo.
Chi può dirlo? Del resto, quello non è neppure il suo nome originale… E’ stato registrato solo in seguito, mentre all’epoca in cui nacque questo riconoscimento, nel lontano 1929, la statuetta era solo una statuetta e veniva semplicemente chiamata Academy Award of Merit.

statuetta Oscar in primo piano

Ma chi si prende la briga di stabilire chi si merita di tornare a casa con un Oscar sotto braccio e chi no?
La Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS), un’organizzazione costituita da attori, registi, personalità del mondo del cinema. Ne fanno parte, attualmente, niente meno che 6687 membri, il cui presidente è David Rubin e ha sede naturalmente in California, per la precisione a Beverly Hills.
La mente ideatrice di tutto questo? Solo il dirigente della Metro-Goldwin-Mayer…
La cerimonia si svolge nell’iconico Dolby Theatre di Los Angeles, ad Hollywood, ma non è sempre stato così: nel 1929, infatti, gli Oscar vennero consegnati nel Roosevelt Hotel, il più antico hotel della city tutt’ora in uso.
Si trova a pochi passi dal TCL Chinese Theatre e nella sua hall ospita una statua in bronzo di Charlie Chaplin, nel suo indimenticabile Charlot, seduto su una panchina… o almeno era così nel 1999, quando ci ho soggiornato io con la mia famiglia!

il Dolby Theatre di Los Angeles che accoglie da anni la cerimonia della notte degli Oscar

Gli italiani che hanno alzato al cielo un Oscar

Voglio concludere con una carrellata un po’ nostalgica di alcuni grandi italiani che si sono aggiudicati l’Academy Award, certa del fatto che concorderete con me che gli artisti della nostra patria se ne sarebbero meritati molti di più.

Sophia Loren vince l'Oscar come miglior attrice protagonista nel 1962 per La Ciociara di Vittorio de Sica
1962, Sophia Loren vince l’Oscar come Migliore attrice protagonista in La Ciociara, accanto a lei Vittorio de Sica, regista della pellicola
Gabriele Salvatores vince l'Oscar nel 1992 per Mediterraneo
1992, il regista napoletano Gabriele Salvatores stringe tra le mani la statuetta vinta per il suo Mediterraneo, aggiudicandosi il premio per Miglior film in lingua straniera
Carlo Rambaldi porta a casa 3 Oscar, negli anni, per gli effetti speciali di ET, Alien e King Kong
L’effettista ferrarese Carlo Rambaldi e le tre statuette vinte nel 1979 per i migliori effetti speciali di Alien, nel 1982 si aggiudica un altro Oscar per la stessa categoria per il film E.T. L’extraterreste e nel 1976 lo Special Achievement Award per gli effetti speciali di King Kong
Roberto Benigni vince 3 Oscar per il suo film La vita è bella, nel 1999
1999, Roberto Benigni ritira il premio come Miglior attore protagonista nella pellicola da lui stesso diretta La vita è bella. Il film porta a casa anche altri 2 Oscar e 4 nominations
Ennio Morricone porta a casa un Oscar alla carriera nel 2007 ed uno per miglior colonna sonora per Hateful Eight di Tarantino, nel 2016
2007, Ennio Morricone ritira l’Oscar alla carriera in un lungo applauso della platea, che si alza in una standing ovation emozionata. Nove anni dopo ritirerà, finalmente, anche l’Oscar per la miglior colonna sonora del film The Hatetful eight di Quentin Tarantino.

Certo il nostro Ennio avrebbe dovuto vincerne molti di più. Molti, molti di più…
Ma la potenza della vera arte e della magia che si cela dietro al talento di figure come la sua è che mai nessun premio potrà rendere adeguatamente giustizia alla loro grandezza e che nulla potrà mai “impriogionare” in un piccolo oggetto placcato d’oro l’immensa poesia che ci ha regalato con le sue opere.
Poesia che sopravvivrà, nonostante lo spazio e nonostante il tempo.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Alberto Sordi, quanto ci manchi…

Alberto Sordi… diciotto anni senza di te sembrano un secolo intero!
E’ vero, i miti come te sono immortali, ma così dobbiamo immaginare noi quello che sarebbe stato e siamo consapevoli che non sarà mai grandioso come ciò che avresti fatto realmente tu.
Il 24 febbraio 2003 moriva nella sua amata Roma l’icona assoluta dell’italiano nel mondo.
Nei quasi 200 film a cui ha preso parte, ha dato vita a personaggi che rimarranno per sempre parte dei miti del cinema e ha citato frasi che per sempre verranno utilizzate come espressioni comuni da ognuno di noi,
tanto che diverranno quotidiane anche per le generazioni future.
Ditemi che parole vi vengono in mente a guardare l’immagine qui sotto!

Alberto Sordi in "Un americano a Roma" nella scena più celebre in cui divora i maccaroni
Alberto Sordi nella celebre scena di Un americano a Roma, 1954

Guardando sue interpretazioni immemorabili, come Un borghese piccolo piccolo (1977) ci si chiede come sia stato possibile che gli ci volle un decennio sulle scene, per guadagnarsi il posto d’onore di cui era veramente degno.
Infatti fu solo grazie a I Vitelloni (1953) di Federico Fellini, che riscosse realmente successo… eppure aveva già fatto parte del mondo del cinema in tante pellicole prima di allora!
Altrettanto incredibile è pensare che, proprio a causa della sua inflessione romanesca, venne espulso dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano… del resto, le regole sono regole. E ogni strada che ci viene sbarrata davanti, ci obbliga a deviare su altre che alla fine ci portano alla meta che vogliamo raggiungere.
Se non fosse stato rimandato a Roma, non avrebbe cominciato a fare comparsate nei film girati a Cinecittà e non avrebbe neppure intrapreso la sua carriera da doppiatore: fu grazie alla casualità della vincita di un concorso di MGM che prestò per la prima volta la sua voce a Oliver Hardy, il famosissimo Ollio del duo comico, nel ridoppiaggio della pellicola Sotto Zero, cortometraggio girato nel 1930.
Alberto Sordi aveva appena 17 anni ma la sua voce era così ben formata e definita, che fu proprio il direttore della Metro-Goldwyn-Mayer a volerlo. Le cose che spettano a noi, faranno in modo di trovarci.

Stanlio e Ollio suonano sotto la neve in una scena di "Sotto Zero"
Il duo comico Stanlio e Ollio in una scena di Sotto Zero, 1930

Se è vero che, in questo ambito così come in quello attoriale, è ricordato molto facilmente per la sua comicità, bisogna riconoscergli anche un’eccezionale credibilità nei ruoli drammatici che gli hanno consentito di sfoggiare ampiamente tutte le sfumature della sua bravura.
Nel già citato Un borghese piccolo piccolo, ad esempio, per la regia di Mario Monicelli e in cui lo vediamo a fianco di un giovane Vincenzo Crocitti. Proprio grazie a questa pellicola impegnata, quest’ultimo vinse un premio speciale ai David di Donatello, nonché il Nastro d’Argento al miglior attore esordiente. Alle stesse rassegne, Sordi vinse il premio di Miglior attore protagonista.

Alberto Sordi e Vincenzo Crocitti in una scena di "Un borghese piccolo piccolo", per la regia di Mario Monicelli, 1977
Alberto Sordi e Vincenzo Crocitti in una scena di Un borghese piccolo piccolo, 1977. Il primo interpreta il padre del secondo.
Un primo piano di Alberto Sordi in "Un borghese piccolo piccolo"
Un primo piano carico di emozione di Alberto Sordi, nella stessa pellicola.

Certo non c’è da stupirsi se un attore così poliedrico, una colonna portante del cinema nostrano, abbia lasciato un segno profondo anche negli anni successivi alla sua scomparsa. Tanti premi cinematografici ora portano il suo nome, così come l’imponente Galleria Alberto Sordi di Roma, che fino al 6 dicembre 2003 si chiamava Galleria Colonna, dal nome della piazza che la ospita.
Uno dei punti più conosciuti e importanti della capitale, dato che si tratta anche di una delle sedi della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Albertone nazionale è un vero e proprio simbolo dell’Italia nel mondo e la sua innata bravura nel comunicare è stata suggellata anche dalle due lauree ad Honoris Causa proprio in scienze della comunicazione, arrivate una dallo IULM di Milano ed una dall’Università di Palermo, entrambe appena un anno prima della sua morte. Nonostante le sue difficoltà, dovute alla malattia che lo stava portando via, presenziò ad entrambe le cerimonie. Riposava invece già in pace nella sua tomba di famiglia nel cimitero romano di Campo Verano, quando in suo ricordo gli venne conferita la Medaglia d’Oro ai benemeriti della cultura e dell’arte il 25 marzo 2003.
Eppure noi lo sappiamo che sarà stato lì, a sfoggiare il suo eterno sorriso sornione, guardando quaggiù, da quell’asteroide che gli è stato dedicato e che porta il suo nome.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Pierfrancesco Favino in “Riva in the movie”

Voi lo avete un sogno?
Sì? Allora siete nel posto giusto.
Anche io ne ho uno, non saprei dire se è grande, piccolo, gigante, impossibile…
Qualcuno di recente mi ha detto che non si può dare una misura tangibile e concreta a qualcosa che non lo è, perché è frutto della nostra immaginazione.
Quello che so per certo, però, è che si può realizzare.
Così come è stato per il sogno di Carlo Riva, nato nella Sarnico in cui ora orgogliosamente abito e che ha dato vita ai motoscafi più iconici ed eleganti di sempre, che portano il suo cognome.

Guardatela bene la foto qui sopra, perché è iniziato tutto lì.
Quando tutto quel destino che lo circondava già a soli tre anni d’età, si rivelerà un destino che Carlo ha poi preso per mano circa trent’anni dopo, quando quel bambino era cresciuto ed era diventato un ingegnere.
La storia del cantiere nautico Riva è lunga, ma ben più riassumibile è il concetto che si ritrova in ogni tappa di questo viaggio:
credere così tanto e in modo sconfinato a un sogno, da catturarlo e renderlo vero.
Non sono parole mie, a pronunciarle è uno dei più bravi attori che abbiamo in Italia, Pierfrancesco Favino in Riva in the Movie.
Le riporta come voce fuori campo mentre le inquadrature di lui che scivola sui canali di Venezia a bordo di un Aquariva Super lasciano spazio alle emozioni. Quelle che fa provare a chi guarda questi 4 minuti di cortometraggio e quelle che prova lui, guidando un motoscafo tra i canali di Venezia, che in altre occasioni non avrebbe mai potuto fare essendo vietato.

Il cortometraggio celebra non solo il sogno ma anche il legame che unisce da sempre le barche Riva al mondo del cinema.
I motoscafi dallo stile unico al mondo diventarono rapidamente un simbolo internazionalmente riconosciuto di raffinatezza, nonché sinonimo di bella vita, un modo di vivere tutto italiano in cui il relax si fonde al godimento.
La collezione privata più completa al mondo è di Romano Bellini, proprietario di Bellini Nautica (cantiere specializzato proprio nel restauro di imbarcazioni Riva) sito sulla sponda bresciana del Lago d’Iseo, visitabile su prenotazione.
Se subite il fascino di questi yacht, andarci è d’obbligo: dal primissimo Riva Racer risalente al 1920 fino ai più recenti Super Ariston e Olympic del 1973, sono tutti presenti nella Riva Vintage Collection di Clusane.

Kirk Douglas ed il suo motoscafo Riva
Kirk Douglas e il suo motoscafo Riva, battezzato Eleven-Eleven

Sophia Loren arriva al Lido di Venezia a bordo di un motoscafo Riva e saluta la folla
Sophia Loren saluta la folla del Lido di Venezia, dopo essere passata sotto al Ponte di Rialto su un motoscafo Riva

Sean Connery alla guida di un motoscafo Riva
Uno splendido ricordo dell’indimenticabile Sean Connery: libero, divertito, felice.

Non solo coprotagonisti di tante pellicole, i motoscafi Riva, ma anche dei veri e propri gioielli che le celebrities volevano per sé già dai primi anni della loro diffusione su larga scala.
Basta guardarne le linee per capirne il motivo, del resto. 

Brigitte Bardot prende il sole sdraiata sulla poppa di un motoscafo Riva
Brigitte Bardot, la quintessenza della classe. Tritone, la quintessenza dell’eleganza. Si esaltano a vicenda in questo splendido scatto aereo.

Vi lascio QUI il link per poter vedere il cortometraggio Riva in the Movie, sono 4 minuti che vi faranno bene al cuore, promesso. E ditemi se anche voi, mentre lo guardate, non sognate di essere lì al fianco di Pierfrancesco Favino.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Meghan, Harry, la gravidanza e l’essere fotografi ai tempi del covid

Lo abbiamo letto su tutte le testate giornalistiche: Meghan ed Harry hanno annunciato l’arrivo del secondogenito (o sarà una secondogenita?) proprio ieri, attraverso i canali social, durante il giorno di San Valentino. Una scelta sicuramente romantica e ben studiata, che fa finire questo evento più nella cronaca rosa delle celebrities, piuttosto che tra i comunicati telegrammatici in uso nelle royal families… e del resto così è giusto che sia, dal momento che hanno deciso di non farne più parte!
La cosa curiosa all’interno di tutto questo è la fotografia dell’annuncio.
Perché? Lo scopriamo subito!

Meghan e Harry annunciano la gravidanza con una foto sui social
dal profilo Instagram del fotografo @misanharriman

E’ sicuramente uno scatto molto dolce e spontaneo, quello che ritrae Meghan e Harry persi in uno sguardo innamorato su un prato soleggiato, ma leggendo tra le righe degli articoli dedicati all’annuncio della seconda gravidanza della duchessa di Sussex, si nota che in molti riportano che la fotografia è stata realizzata da remoto da Misan Harriman, utilizzando l’ipad. Il fotografo, amico della ex star di Hollywood (sapete che Meghan ha fatto anche una piccola comparsa in Come ammazzare il capo e vivere felici?) ha preparato la fotografia e ha catturato il momento.
Ma cosa intendiamo se parliamo di scatto da remoto?
Generalmente, con questa espressione indichiamo una fotografia scattata utilizzando un telecomando attraverso il quale, dopo aver gestito e calibrato adeguatamente diaframma, sensibilità ISO, messa a fuoco e tempo di scatto, viene dato l’input alla fotocamera di “premere” metaforicamente il tasto di ripresa e quindi realizzare lo scatto.
Notando le condizioni di luce dell’ambiente in cui sono ritratti Meghan ed Harry, il contesto ed alcuni dettagli della fotografia, risulta però improbabile che ci sia di mezzo l’utilizzo di un cavalletto (perché senza cavalletto, la gestione da remoto risulta piuttosto inutile)… soprattutto se pensiamo che è stato utilizzato un ipad!
E allora che cosa significa qui, “scatto da remoto”?
Significa, con ogni probabilità, che Misan Harriman si è avvalso di una app che permette di associare due dispositivi e di gestire il secondo attraverso il primo. Immaginate che ora io possa entrare nel vostro computer o nel vostro smartphone e possa utilizzarli a distanza. Lo stesso è avvenuto per la realizzazione della fotografia di Meghan e Harry!
Sarà stato sufficiente, alla coppia, posizionare il proprio dispositivo e mettersi in posa seguendo le direttive di Misan Harriman che si è messo in comunicazione con loro, il quale avrà poi impostato tutti i parametri di scatto e avrà quindi immortalato questa romantica scena, ritrovandosi la fotografia direttamente nel suo rullino attraverso Cloud.
Geniale, no?
Certo, forse il risultato manca di quell’effetto “dreamy” che ci aveva fatto sospirare davanti agli scatti che annunciavano il loro fidanzamento…

Harry e Meghan in uno scatto dell'annuncio del loro fidanzamento

In quel caso, il servizio fotografico era stato realizzato dal vivo (era novembre 2017) ed era a cura di Alex Lubomirski, già conosciuto per aver ritratto volti come Beyoncé, J-Lo, Charlize Theron e Nathalie Portman… e a cui era stato affidato anche il delicato compito di occuparsi dell’album di matrimonio, avvenuto il 19 maggio 2018.
Ma le condizioni erano ben diverse: all’epoca si poteva vivere la libertà da ritrarre in prima persona, si poteva respirare l’atmosfera del momento immortalato e ci si poteva avvicinare tanto da poter palpare con le proprie mani l’emozione che sarebbe stata eterna grazie alla fotografia.

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Alberto Sordi, il mito a tavola è servito

Cent’anni fa oggi, nasceva un grande mito del cinema italiano: buon compleanno, Alberto Sordi!
Chi più di lui poteva meritare un ricordo speciale qui, tra le pagine digitali di questo mondo fatto di ricette e cibo?

“Maccherone, mi hai provocato e io ti distruggo, adesso maccherone io me te magno!”.

Alberto Sordi nella celebre scena dei maccaroni in "Un americano a Roma"

Chi non ha sentito almeno una volta questa esclamazione associata al grande Alberto Sordi? La frase arriva dalla famosissima scena tratta da “Un americano a Roma” diretto da Steno (lo sapete vero che Steno, altro caposaldo della cinematografia italiana, è lo pseudonimo di Stefano Vanzina, padre dei celeberrimi fratelli Vanzina?). Tornando ai nostri
maccheroni, chi li mangia è Nando Mericoni un giovanotto senza arte né parte (interpretato da Sordi) che mitizza gli Stati Uniti, tanto da scimmiottare i comportamenti alimentari americani e schifare i canonici spaghetti sostenendo di voler mangiare pane e mostarda, inzuppato nel latte. Salvo addentare poi la fatidica fetta, gettarla ed esclamare
“ammazza che zozzeria”, sputando tutto per tornare ai suoi amati maccheroni e “magnarseli”. Così, tra una forchettata di pasta e l’altra, stila un elenco della fine che faranno il latte “questo lo damo ar gatto”, “questo al sorcio” guardando lo yogurt e con la mostarda (in realtà senape) ci vuole “ammazzare le cimici”. Ma non ci sono solo i maccheroni di “Un Americano a Roma” nella vita cinematografica di Alberto Sordi.
Ripercorriamo altri esempi del suo rapporto con la cucina, nel centenario della sua nascita.
Altra scena mitica è quella ambientata a Venezia e tratta dall’episodio “Le vacanze intelligenti” all’interno del film “Dove vai in vacanza?”.

Alberto Sordi in una scena de "Le vacanze intelligenti"

Qui Sordi interpreta un fruttivendolo romano i cui tre figli, che hanno studiato e frequentano ambienti intellettuali, organizzano per lui e la moglie delle “vacanze intelligenti” appunto, con un programma che prevede, oltre a una ferrea dieta, visite culturali comprese quella alla Biennale di Venezia. Ed è proprio lì che Sordi e consorte cinematografica, dopo essersi ribellati a diete e incomprensibili performance artistiche si fermano in una trattoria e, armati di tovaglioli legati al collo, mangiano tutto ciò che gli capita a tiro, emulati da principi e contesse che, come loro si abbuffano di salsicce con i fagioli, pappardelle al sugo di lepre e chi più ne ha più ne metta. Ne “Il marchese del Grillo” protagonisti sono invece i rigatoni, esattamente con la “pajata” (piatto della tradizione romana composto da pasta e interiora di vitello).
Potremmo continuare ancora a ripercorre, con l’aiuto di altri celeberrimi film, il percorso gastronomico di Alberto Sordi nelle varie pellicole cinematografiche dove lui, con piccoli gesti, espressioni facciali e frasi passate alla storia, riesce a rappresentare stati d’animo e situazioni psicologiche sedendosi a tavola. Spessissimo nei suoi film lo troviamo di fronte al cibo, a rappresentare le condizioni sociali dell’epoca ma per certi versi attuali ancor oggi. Per concludere, una curiosità: tra tutti questi piatti, sapete qual era il suo cibo preferito? Per Alberto Sordi non era domenica senza un piatto di fettuccine seguito dall’abbacchio scottadito (piatto laziale a base di costolette di agnello spalmate con burro
ammorbidito prima di grigliarle). Un pranzo all’insegna delle leggerezza, insomma! Infatti puntualmente per Sordi seguiva la pennichella sulla sua amata poltrona e, raccontava, l’abbiocco veniva sempre guardando Pippo Baudo in tv (protagonista indiscusso della Rai dell’epoca) e ritrovandolo ancora lì, sullo schermo, al suo risveglio.
Alberto Sordi rimarrà sempre nel cuore di noi italiani, lui che è stato un simbolo della nostra nazione e che si fa amare anche dalle generazioni che non lo hanno conosciuto direttamente.
E allora alziamo il bicchiere insieme a lui, da lassù e… tanti auguri, mito!

Alberto Sordi in una scena de "Il Marchese del grillo"


Testo a cura di Franca Bergamaschi
fotografie via web
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Il Re Leone : l’anteprima a Milano e tutti i retroscena!

Ho perso il conto di quante volte ho guardato questo cartone animato da bambina.
Era il mio preferito in assoluto e mamma e papà mi avevano regalato anche i timbrini da colorare con Simba e compagnia bella.
Sapevo (e so ancora oggi) a memoria tutte le canzoni e gli insegnamenti di Rafiki, Mufasa, Timon e Pumba mi sono rimasti nel cuore più di quelli di qualunque altra pellicola Disney.

Giovedì scorso si è tenuta a Milano, presso il Palazzo del Cinema Anteo in Porta Nuova, la proiezione speciale in lingua originale de Il Re Leone ed io c’ero. Una bellissima esperienza e un bellissimo evento che ora vi racconterò.

Penso che in pochi sappiano creare la giusta atmosfera quando si tratta di promuovere qualcosa e Disney è certamente tra questi.
Lasciata alle spalle la giungla urbana tipica di quella zona di Milano, si entra infatti in una savana verde, fatta di grandi piante e palme che mi trasportano subito qualche km più in là.
Benvenuta in Africa, Micol!
Ogni angolo del cortile interno all’Anteo è stato ripensato in termini ben più esotici e ovunque c’è qualcosa di stupefacente da ammirare: a fare accoglienza c’è una gigantografia di Nala (la leonessa coprotagonista del film – ndr) da cucciola, che strappa subito un sorriso e stringe il cuore.
Le musiche di sottofondo, tratte naturalmente dalla colonna sonora originale a cura di Hans Zimmer, provengono da un palco allestito su cui, si intuisce, saliranno degli artisti eccezionali per un live che precederà la proiezione.
E’ subito magia!
Nella zona centrale si trovano isole di buffet in cui tutto è a tema, nomi dei cocktail compresi.
E le immancabili praline del Maestro Knam, presente all’evento, di animalier vestite.
Un po’ più in là, poi, comincia il divertimento.
Disney infatti ha pensato di allestire dei set fotografici a tema: uno con la sabbia “per lasciare la tua impronta”, uno con la riproduzione della Rupe Dei Re su cui ci si può arrampicare (non io, ahimè, con i miei 12 cm di tacco!) per mostrare al mondo e al fotografo, il piccolo Simba – ok, qui è solo di peluche – che si stringe tra le mani. Nella gallery vedrete il simpaticissimo Jonathan Kashanian compreso nel ruolo.
L’ultima ala del cortile, è dedicata al photo call: un red carpet decisamente tenero, in cui l’iconico rosso assoluto lascia spazio a un marrone scuro su cui spiccano delle impronte di zampe di leone.
Un dettaglio ricco di significato, che non è certo sfuggito al mio occhio innamorato di questo film!

La proiezione è stata in lingua originale; una vera fortuna, perché questo mi ha permesso di apprezzare la bravura dei doppiatori americani a cui non sono abituata: prima fra tutte Beyoncé che ammetto essere stata una scoperta per me, in questo senso. E brava Queen B!
Appena ho preso posto, mi sono resa conto di aver scelto la poltrona davanti a quella su cui si era seduta Ivana Spagna. Non ho avuto freni, mi è venuto dal cuore, l’ho guardata e appena mi ha sorriso mi è uscito:
“Ivana, la tua voce è stata la voce della mia infanzia! Non sai quante volte ho cantato con te il Cerchio della Vita”. Una donna dolcissima, tutta piena di sorrisi luminosi e “Grazie, che carina!”.
E’ bello incontrare persone così, non è vero come si dice che dal vivo sono sempre tutti antipatici o pieni di sé… dipende dalla singola persona e lei è stata proprio la ciliegina sulla torta in questa serata indimenticabile!
Il film? Una pellicola eccezionale. Semplicemente.
Non ci sono altre parole per descriverlo!
La trasposizione dal cartone animato è stata impeccabile, pochissime le scene tagliate, meravigliose le mimiche date agli animali, incantevoli gli ambienti…
Non vedo l’ora che sia il 21 agosto per tornare a vederlo, si capisce?
E poi, nella versione italiana, saranno Elisa e Marco Mengoni a doppiare rispettivamente Nala e Simba… loro sono due delle voci che più amo del nostro scenario musicale, sono certa che non deluderanno!
Se volete vedere le stories che ho realizzato durante la serata, potete trovarle ancora oggi nel contenuto in evidenza dedicato, sul mio profilo Instagram!

Milano, giovedì 18 luglio 2019.
Questo è stato il mio primo, vero, red carpet.
Lo ammetto, ero felicissima e lo sono tutt’ora…
perché anche se è stato solo il primo, piccolo passo, ha lasciato l’impronta nel mio cuore.

Trucco ispirato agli occhi felini realizzato con prodotti Clarins
Negative space manicure realizzata con smalti Faby
Pic from @jonathankash Instagram
Pic from @ernstknam Instagram


Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie (dove non altrimenti specificato) a cura di Micol Uberti
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Bohemian Rhapsody: biopic sui Queen o quadro di emozioni di Freddie Mercury?

Ci sono leggende destinate a vivere per sempre, ma anche a non essere mai conosciute per intero. Ci sono leggende che ci lasciano insegnamenti, moniti, racconti.
Altre, ci lasciano colori, visioni ed emozioni.
Freddie Mercury è la più grande di queste.
Ma quanto il film Bohemian Rhapsody a lui dedicato e da poco nelle sale, gli ha reso veramente giustizia?

Dopo aver aspettato cinque interminabili giorni, finalmente sono riuscita ad andare a vedere questo biopic dedicato a quello che per me è il cantante migliore in assoluto mai esistito sulla faccia della Terra. Lo amo moltissimo, amo lui e ciò che ha saputo fare con la propria voce, e non parlo solo di canzoni che mi tatuerei addosso dalla prima all’ultima. Parlo dei confini che ha valicato, parlo delle mareggiate di vita con le quali ha travolto (e travolge ancora) le persone, parlo dei segni indelebili che ha lasciato nel mondo.
Capite bene che, per me, ieri è stato come andare a un appuntamento importante: tutto il giorno non ho fatto altro che ascoltare il repertorio dei Queen e rileggere le loro biografie. Poi sono entrata in sala e si sono abbassate le luci.

Il film comincia e ci accompagna rapidamente nella fase di formazione della band anglosassone e ci presenta i personaggi principali senza soffermarsi troppo a raccontarci qualcosa di più su di loro. Questo trend, rimane invariato fino alla fine del film.
Tutto è un tributo a Farrokh Bulsara e a come è diventato poi Freddie Mercury.
Tutto è un tributo… emotivo, però.
Non si può certo dire che a livello tecnico e artistico, non sia un gran film!
Il regista Bryan Singer (che, anche se non accreditato, è stato poi sostituto da Dexter Fletcher per l’ultima fase di lavorazione) ha fatto un ottimo lavoro, davvero: splendide le sequenze, azzeccatissime alcune scelte stilistiche che riportano inevitabilmente alla mente i colori e i gusti sfarzosi del protagonista e dell’epoca (il film racconta del periodo che va dal 1970 al 1985), gli attori nella maggioranza dei casi sono molto simili ai loro corrispondenti reali. Ma non si può pensare che degli amanti dei Queen passino sopra a certi errori madornali. E anche chi non è così tanto legato a questo quartetto, troverà secondo me insoddisfacenti alcune caratteristiche di Bohemian Rhapsody.
Il problema è proprio nell’aspetto storico del racconto e nella connotazione semplicistica che è stata data troppo spesso al racconto. 
Guardi il film e hai l’impressione che, una volta ottenuto il consenso da parte di chitarrista e batterista della band, il regista e sceneggiatore si siano guardati in faccia e si siano detti: “Fico! E mò?”. Certo, tutte le varie vicissitudini che ci sono state durante la fase di scrittura e pre-lavorazione del film, non hanno certo contribuito a lavorare in serenità… May e Taylor hanno pure fatto un po’ di questioni selezionando cosa volevano che si sapesse e cosa no… Sacha Baron Cohen ha mollato il cast rifiutando il ruolo di Freddie dopo che era già stata annunciata la sua presenza…
Un bel casino.

Insomma, regista e sceneggiatore, come dicevamo, erano decisamente Under Pressure.

Appare evidente agli occhi di chiunque, infatti, che tutto il contenuto è stato pesantemente romanzato. Emergono le emozioni di Freddie, che Rami Malek interpreta con una bravura e una precisione impressionanti, tanto da far provare gli stati d’animo allo spettatore. Emergono le emozioni di Freddie, ma tutto il resto rimane un insieme di personaggi-cartonato sullo sfondo. Sarà forse che si è voluto che fossero solo delle rappresentazioni umane del modo in cui Mercury li viveva?
C’è la bella, c’è il cattivo, c’è il tenero… Ok, ma mica siamo in un film di Sergio Leone, qui!
E’ tutto troppo favolistico e i personaggi sono troppo “sproporzionati” nella loro rotondità, per essere considerato credibile. Complimenti per la riproduzione perfetta dei dettagli visivi del concerto, famosissimo (e quanto avrei voluto esserci…) del Live Aid: i bicchieri di birra e Pepsi sul pianoforte non sono passati inosservati a molti, le movenze feline di Freddie sul palco sono impeccabili, la scaletta del concerto è ovviamente identica.
Ma questo non è abbastanza e lo dico con sincero dispiacere.

Perché avrei preferito dirvi che l’entusiasmo con cui sono entrata al cinema era raddoppiato quando ne sono uscita… ma non è così.

Nonostante questo, ci sono anche dei lati positivi, è naturale!
Come già detto, Rami Malek è riuscito a rendere molto molto bene l’idea di ciò che è stato il modo in cui Mercury ha vissuto la sua, come gli predice Mary Austin (interpretata da Lucy Boynton), difficile vita. Quegli occhi immensi ed espressivi e quell’agilità nel passare dalla totale euforia alla più profonda solitudine senza mai eccedere… Quel modo di gestire il proprio corpo alla perfezione… Fantastico.
Molto apprezzabili anche alcune chicche che chi conosce bene i Queen avrà certamente notato: dal quadro di Marlene Dietrich (a cui la band si ispirò per girare la celebre sequenza con i loro volti illuminati su sfondo nero nel videoclip promozionale di Bohemian Rhapsody), all’easter egg – ATTENZIONE! QUI C’è UN PICCOLO SPOILER! – che vede la presenza del mitico Mike Myers che fa tributo al celebre film Fusi di Testa, che uscì nelle sale pochi mesi dopo la morte di Freddie Mercury e in cui la scena più celebre in assoluto si svolge proprio sulle note della canzone che dà il titolo al biopic di cui parliamo oggi in questo articolo.
OK, LO SPOILER è FINITO!
Alcune scene, poi, sono state costruite davvero a regola d’arte.
Il giorno prima che andassi a vedere il film, ci andò il mio migliore amico, che in pausa mi scrisse un messaggio: “Poco fa mi sono commosso”. Non ho voluto chiedere per quale motivo, perché non volevo togliermi l’effetto wow della pellicola.
Ma quando ieri mi sono trovata davanti allo schermo ho capito perfettamente a quale scena si era riferito poche ore prima. Certo, nel caso mio e della persona in questione, tutto è amplificato dalla passione smisurata per questa band (ecco, lui sì che li ha tatuati addosso sul serio), ma sono pronta a scommettere che il modo in cui Freddie racconta a Mary Austin di aver capito i propri orientamenti sessuali toccherebbe chiunque.

Ma quindi, in fin dei conti, vi consiglierei di vedere questo film oppure no?
Solo se avete voglia di ricordare un mito intramontabile, rimanendo disposti a chiudere un occhio (no anzi, facciamo tutti e due…) sulla non corrispondenza con i fatti veri, e ad aprire invece il cuore, come ho fatto io. Aprirsi al mondo non significa solo lasciar andare ciò che si ha dentro, ma anche e soprattutto imparare a saper accogliere ciò che ci arriva da fuori, senza ragionarci su troppo. Solo in questo modo potrete essere in sintonia con ciò che Freddie dice riguardo alla sua Bohemian Rhapsody, che nessuno comprendeva inizialmente:
La vera poesia è per l’ascoltatore.

Rami Malek (Freddie Mercury) e Lucy Boynton (Mary Austin)
in una scena iniziale del film

(da destra) Ben Hardy (Roger Taylor) e Joseph Mazzello (John Deacon),
rispettivamente batterista e bassista della band

Una scena di assolo alla chitarra di Gwilym Lee (Brian May),
un altro interprete incredibilmente somigliante all’originale

Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Milano e il cinema: la settima arte come non l’avete mai vista.

Eterna indecisa, se in questo momento mi si chiedesse se preferirei portarvi con me a fare due passi per le strade della mia città oppure se mi andrebbe di più di farvi sedere su una comoda poltrona a guardare un bel film, non saprei cosa scegliere.
E allora faccio entrambe le cose e vi porto con me a Palazzo Morando, alla scoperta della stupenda mostra Milano e il cinema.

Quando si pensa alla settima arte, la prima città italiana a cui si pensa è Roma.
Cinecittà, del resto, è una parola che abbiamo sentito almeno mille volte nella nostra vita ed è un posto che è un mito per tutti noi. Ad alcuni potrebbe invece venire in mente la romantica Venezia e non a torto, dal momento che si svolge la celebre rassegna internazionale ogni anno a fine estate. Noi milanesi non ci offendiamo se non fate il nome della nostra città, ma bisogna dirlo: Milano ha avuto (ed ha ancora oggi) un ruolo importantissimo nell’industria cinematografica e c’è una lunga lista di pellicole a testimoniarlo. Dal più datato Siamo tutti milanesi al più recente Chiedimi se sono felice con Aldo, Giovanni e Giacomo.
Ad esempio, la scena in cui questi ultimi giocano a pallone con un poliziotto in una notte d’estate, usando la statua di un santo come canestro, è stata filmata in Piazza Mercanti, appena di fianco a Piazza Duomo! 
Questa mostra mi è piaciuta molto per il modo semplice ma approfondito in cui accompagna il visitatore all’interno del viaggio che racconta. Milano, infatti, ha vissuto periodi di sentimenti contrastanti grazie al cinema. Nessuna tappa, in questa esposizione, viene dimenticata ed uno spazio molto ben fatto è dedicato anche al fumetto e al mondo dell’animazione: sapete che La linea è un personaggio nato dalle mani di Osvaldo Cavandoli, cresciuto a Milano. Pensate che è stato anche disegnatore tecnico all’Alfa Romeo! 
La mostra sarà presenza nella splendida cornice di Palazzo Morando, che si trova in via Sant’Andrea, nel cuore del quadrilatero della moda. Impossibile non passarci almeno una volta in questo periodo di Natale, non fosse altro che per ammirare le bellissime vetrine addobbate! L’esposizione sarà disponibile fino al 10 febbraio 2019 e vi aspetta con un’ampia selezione di fotografie dai set, scatti rubati alle grandi celebrità del passato, come Vittorio de Sica, Lucia Bosé e tanto altro materiale che vi faranno appassionare a questo magico mondo, che per me è un Grande Amore da sempre!

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Riprese sulle sponde del Naviglio Grande

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Una bellissima Sophia Loren alla guida di un’auto d’epoca

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Gli spazzacamini di Miracolo a Milano

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Una famosa scena tratta da
Totò, Peppina e la malafemmina

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Gli effetti speciali dell’epoca… tutto olio di gomito!

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Indimenticabile Diego in Eccezzziunale veramente

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Testo e fotografia
a cura di Micol Uberti

La mafia uccide solo d’estate (ma strappa la vita ogni giorno, anche in inverno).

Esattamente cinque anni fa, il 28 novembre 2013, nelle sale cinematografiche italiane usciva un film destinato a diventare un grandissimo successo e ad accogliere il favore della critica più disparata.
Opera prima di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif, La mafia uccide solo d’estate è molto più di una semplice commedia e molto più di un ritratto della realtà drammatica della Sicilia degli anni ’80.

Che poi, dico anni ’80 per fare una media: la pellicola (in cui nulla, dai costumi agli arredamenti, alle auto, alle espressioni parlate, è lasciato al caso) comincia nel dicembre del 1969 e si conclude a fine anni ’90, all’incirca.
Non è una questione di pignoleria, questa specifica. In un film come questo, la temporalità è fondamentale. Ci troviamo di fronte ad uno spaccato della vita quotidiana della Sicilia che, in quel periodo storico, si vedeva continuamente dilaniata dagli attentati della mafia. Avrete già capito, dal modo in cui scrivo, che questo film mi è piaciuto parecchio. Avete capito bene! E’ proprio così!
A dispetto di quanto abbia letto in alcune recensioni, che lo hanno definito irrispettoso per la leggerezza con cui vengono raccontati i fatti di Cosa Nostra, io l’ho trovato estremamente delicato. Leggerezza e delicatezza sono ben diversi dalla superficialità.
In fin dei conti, le vicende sono vissute dallo spettatore, per la maggior parte del lungometraggio, attraverso gli occhi di un bambino. Un bambino, Arturo Giammarresi, con grandi sogni e grande confusione rispetto all’impetuosità con cui si susseguivano le tragedie dell’epoca. Concepito nella notte della strage di Via Lazio, il suo destino era già segnato. Gli stratagemmi che il regista (che in questo caso è anche attore, voce narrante e fonte di ispirazione principale per la scrittura del protagonista) utilizza per raccontare ciò che stava accadendo, a mio parere, sono pura genialità.
Vi propongo una scena che mi ha colpito particolarmente.
Guardate QUI in che modo, il mitico Pif, accompagna lo spettatore nell’introduzione all’attentato del 23 maggio 1992 a Giovanni Falcone, nella strage di Capaci.
Credo sia stata la sequenza che più mi è rimasta impressa. Unisce alla perfezione la freddezza con cui Riina uccide un uomo, l’impatto sonoro dell’esplosione della bomba distoglie bruscamente l’attenzione dalla visione di una quotidianità che tutti noi viviamo (una persona, seduta su una poltrona che guarda la televisione nel proprio salotto…) e ci sbatte, senza chiedere permesso, in una realtà che lacera l’animo umano. 
In poco più di 1 minuto di riprese, si vive con chiarezza (anche se, naturalmente con meno intensità) lo stato d’animo dei siciliani. Un’angoscia che si estendeva un po’ in tutta Italia. Ma ad avercele vicino, certe piaghe, è diverso.
Un’altra trovata azzeccatissima è l’intervista che Arturo riesce a strappare a Carlo Alberto Dalla Chiesa: la prima di una lunga serie per il primo e l’ultima per sempre del secondo. Un simbolico passaggio di testimone estremamente morbido e aspro al tempo stesso.
Parliamo un po’, invece, degli intrecci che stanno dietro alla cinepresa?
Perché secondo me, l’ottima riuscita di questo film è data anche dal perfetto equilibrio e dalla profonda stima reciproca che si è instaurata nel corso degli anni tra i componenti del cast, sia tecnico sia artistico.
Tutti noi conosciamo Pif per la sua partecipazione a Le Iene ed altri programmi televisivi, ma pochi sanno che è figlio d’arte (suo padre Maurizio è regista) e che la sua passione per il cinema lo porta, nel 2000, a fare da aiuto regista al collega Marco Tullio Giordano ne I cento passi. Qual è uno degli interpreti più bravi di quella pellicola? Claudio Gioè, che ritroviamo anche in La mafia uccide solo d’estate nei panni di Francesco, giornalista che spronerà il giovanissimo Arturo ad inseguire i suoi sogni. Se pensate che sia questo l’unico intreccio dietro le quinte che lega queste due pellicole, vi state sbagliando: anche il direttore di fotografia, infatti è lo stesso: stiamo parlando di Roberto Forza, scelto da Pif anche per il suo secondo film come regista, In guerra per amore.
Ok, ma invece la coprotagonista Cristiana Capotondi salta fuori dal nulla, non c’è nessun collegamento, direte voi. Non proprio. Se infatti ora è un’attrice affermata (e, a mio parere, molto brava) è grazie al film che l’ha fatta finalmente conoscere definitivamente al grande pubblico, il celebre Notte prima degli esami. Ve la ricordate al fianco di Nicholas Vaporidis? I due ragazzi, che poi sarebbero diventati anche una coppia nella vita reale, erano diretti da Fausto Brizzi, che si è occupato della regia di Pazze di me, dove Pif interpretava un improbabile filosofo innamorato della sorella più svampita (Marina Rocco) del protagonista (Francesco Mandelli). Se non lo avete mai visto, mi sento di consigliarvelo: fa morire dal ridere e non potrete non amare Loretta Goggi nei panni di una madre pazza e… decisamente impositiva.

Questa volta non ho consigli da darvi, prima di guardare questo film, nel caso non lo aveste ancora fatto… Non me la sento di mostrare così poca umiltà.
Anche perché mi trovo pienamente d’accordo con ciò che ha detto Roberto Saviano dopo averlo visto: “E’ un esperimento dolce e allo stesso tempo un racconto drammatico”.
E’ proprio così, parla di una realtà che mi è stata raccontata dai miei genitori, che ho letto sui libri di storia, di cui mi sono fatta un’idea ben precisa (credo… forse la verità non si saprà mai) ma che non ho potuto vivere in prima persona. 
Sono nata il 22 dicembre 1989, ero troppo piccola per ricordarmi certe cose.
So solo che il 19 luglio di tre anni dopo, il 1992, fu il giorno in cui perse la vita Paolo Borsellino, nell’orrenda strage di via d’Amelio, e che mia madre mi portò nella chiesa della nostra parrocchia e mi disse “Andiamo a dire una preghiera per due signori (per lei tutt’oggi, così come per tantissime persone, Falcone e Borsellino erano una cosa sola… e sono sicura che fosse così – ndr) che non ci sono più e hanno fatto tante cose buone per l’Italia”. Forse è per questo che la scena finale, che trovate QUI, di La mafia uccide solo d’estate mi è sembrata così vicina a me, alla mia vita, alla mia storia…
E sempre per questo ci tengo a concludere questo articolo riportando la frase che recita il Pif, perché possa essere letta e riletta, per capirne la profondità.

“Quando sono diventato padre, ho capito che i genitori hanno due compiti fondamentali.
Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo.
Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.”.

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Il giovane Arturo (un bravissimo Alex Bisconti) è appassionato di giornalismo…

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…e di Giulio Andreotti.

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Qui Alex a fianco di Claudio Gioè
Quest’ultimo, nel 2007, ha ricevuto complimenti da parte dello stesso Riina per il modo magistrale in cui lo ha interpretato nella mini serie tv Il capo dei capi

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Ad interpretare Boris Giuliano, poliziotto e capo della Squadra Mobile di Palermo
ucciso il 21 luglio ’79, è Roberto Burgio

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La bellissima Cristiana Capotondi è Flora,
assistente del sindacalista ed esponente della DC Salvo Lima, ucciso nel marzo del ’92

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografie via web

Mickey Mouse turns 90!

In principio, fu un topo in un garage.
Chi mai avrebbe potuto pensare che questa accoppiata di elementi avrebbero cambiato la storia del cinema e della cultura mondiali?
Solo un folle. O solo un Sagittario (come me).
Che poi, a ben pensarci, sono la stessa cosa…

Le grandi storie iniziano sempre dalla più balzana delle idee, una di quelle su cui non scommetteresti un centesimo.
E in effetti, i primissimi anni di vita di Mickey Mouse furono proprio così: solitari, incompresi. Dopo mesi di lavoro intenso fatto di ore passate in un garage di notte a creare, disegnare e progettare, il 16 gennaio 1928 Walt Disney e il suo socio Iwerks possono finalmente appendere il fiocco azzurro alla porta del proprio studio. Oddio, diciamo della saracinesca, in questo caso!
E’ nato Topolino.
Ma perché proprio un topo? Perché un uomo che è fatto di fantasia ed ispirazione sa sempre trasformare con l’immaginazione ciò che trova intorno a sé! E così, da dei piccoli roditori che mangiavano briciole in un cestino pieno di bozze scartate e accartocciate nello studio di Disney (lo studio vero, quello che aveva prima di perdere tutto a causa del fallimento di Oswald – il coniglio fortunato), l’idea è arrivata in un lampo. 
Provate a immaginare.
Un tizio osserva qualcosa che potremmo definire semplicemente come il ritratto simbolico della tristezza e della desolazione.
Afferra la matita, un foglio e comincia a disegnare.
E cosa ne esce?
Un personaggio che assomiglia in tutto e per tutto (orecchie a parte, s’intende) a quello che poco prima lo aveva mandato in rovina. Un personaggio che, guarda caso, contrasta ma completa al tempo stesso la star del mondo animato di quell’epoca: Felix the Cat.
Non sembra una gran trovata, eh?
Pensate ora a quanti di voi, come tanti allora, si sarebbero poi mangiati le mani a non aver creduto in quel progetto che appena 4 anni dopo avrebbe fatto vincere un Oscar onorario a Walt Disney! 
A solo un anno dalla sua comparsa sui grandi schermi nel film con sonoro Steamboat Willie, che festeggia oggi 90 anni dalla sua prima proiezione, Topolino è il nuovo fenomeno cinematografico e culturale degli Stati Uniti d’America! Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, tutti lo interpellano. Cioè? Cioè nel 1931 Charlie Chaplin (oh, Charlie…) insiste perché venga riprodotto un cortometraggio di Mickey Mouse prima di ogni proiezione del suo Luci della città. Scusate se è poco!

 

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Ecco qui Oswald, a fianco di Mickey Mouse… trovate per caso qualche somiglianza?

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Naturalmente, nel 1928 Topolino non era così come lo vediamo ora. Il suo aspetto è stato modificato e così anche… gli outfit! Si tratta di escamotage ben costruiti, certo: i guanti bianchi rendono le sue manine più umane. Il motivo per cui, invece, indossa solo pantaloni e niente maglietta ha un significato ben più complesso che trova le sue radici nell’ambito politico, perciò direi di sorvolare…
Oh! A proposito delle sue mani! Sono certa che sarà capitato anche a voi di chiedervi per quale benedettissimo motivo abbia solo 4 dita… Beh, è molto semplice: disegnare solo quel dito in più, porta via innumerevoli ore di lavoro (sembra pazzesco ma è proprio così!) nella produzione dei cartoon. Soprattutto all’epoca, poi, quando ogni animaticreazione era sviluppata dal pugno del disegnatore…
Le eccezioni a questa regola ci sono, certo: soprattutto i personaggi disneiani dalle sembianze più umane ne hanno 5, di dita.
Basti pensare a La sirenetta del 1989 (in cui tra l’altro Topolino fa un cameo).

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Lo so che forse vi ha deluso un po’ il mio sorvolare sull’argomento “pantaloncini” poche righe fa, anche perché devo ammettere che sono fatti curiosi, ma per dovere di cronaca allora dovremmo parlare per ore di queste tematiche! Eh sì, perché anche se può sembrare solo un cartone animato – soprattutto alle persone della mia generazione – la verità invece è che questo personaggio (così come il suo “papà” umano…) è stato fortemente coinvolto nelle vicissitudini politiche che si sono susseguite in periodi caldi come la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio. Considerando anche il fatto che ormai, questo piccolo topo cicciotto, non era più un vip esclusivamente negli States ma grazie alle strisce sui quotidiani era giunto oltreoceano, raggiungendo anche noi in Italia, è facile capire quanto potesse essere strumentalizzato come veicolo di ideali. Tanto da far sì, nel 1942, che la Mondadori venisse costretta a interrompere le pubblicazioni su di lui, sostituendolo con un’improbabile alternativa, dal fantasiosissimo nome Tuffolino.
Lo so cosa state pensando e lo condivido in pieno!
Non tutto il male viene per nuocere, però: è proprio grazie a questa situazione angosciosa che, una volta tornata la libertà di stampa, i pochi soldi a disposizione fanno intuire che forse è più economicamente ragionevole raccogliere le pubblicazioni di Topolino in un libretto, disponibile mensilmente dal giornalaio. 
Voilà, ecco come nasce il formato pocket più amato di sempre, che è diventato successivamente a pubblicazione settimanale!
Sapete che si contano più di 3.000 uscite in questi anni? Wow!

Se non ci credete al fatto che questi numeri siano il simbolo di un vero e proprio cambiamento culturale, allora fatevi un giro su Google e andate a sbirciare sull’Enciclopedia Britannica: rimarrete stupiti nel vedere che la voce “Mickey Mouse” è annoverata tra le sue pagine! Del resto, parliamoci chiaro: se non fosse stato così potente, pensate che un genio come David Bowie si sarebbe scomodato a citarlo nella sua Life on Mars? Pensate forse che l’ONU si sarebbe presa la briga di nominarlo “simbolo internazionale di buona volontà”?
Quante cose che sono accadute in questi 90 anni esatti dalla sua prima apparizione al pubblico! Segni del tempo non ne vedo, anzi, direi che è in gran forma… 
E allora diciamolo.
BUON COMPLEANNO, TOPOLINO!

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Il primo francobollo dedicato a Topolino, è arrivato nel 1970 nella Repubblica di San Marino

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Gaetano Varcavia, voce di Topolino nei suoi film di animazione più celebri,
è scomparso prematuramente a 55 anni. Questo ricordo lo dedichiamo a lui!

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Testo a cura di Micol Uberti
Fotografia via web